Gentile Direttore, sono uno dei tanti preti di frontiera romani che lavorano ogni giorno per sostenere insieme con i propri parrocchiani nuove povertà che crescono fra i nostri connazionali e disperati in fuga da una guerra e dalla miseria. Proprio all’accoglienza di questi ultimi, le famiglie di profughi, appunto, Papa Francesco ci chiede di aprire le porte di ogni parrocchia. E proprio su questo tema mi permetto di scrivere. E le spiego anche perché, partendo dal nostro esempio. Fra pochi giorni passerò da Santa Maria Regina della Pace a Tor Vergata - la chiesa di legno che costruii insieme con i miei parrocchiani e che, distrutta da un incendio nel novembre del 2012, non è stata ancora ricostruita - e andrò a fare il parroco nella parrocchia di San Giuseppe Artigiano a Rocca Priora. Per il mio successore accogliere una famiglia di rifugiati in una chiesa che è ancora nei container sarà quasi impossibile. Ma l’accoglienza di una famiglia di profughi sarà impresa non di poco conto anche in una chiesa alle porte di Roma come quella in cui sto per andare. E senza l’aiuto della Diocesi non sarà facile nemmeno nelle altre parrocchie, almeno in quelle più piccole. Le sagrestie delle parrocchie romane sono infatti già diventate «dispense africane», come ha spiegato la vostra Grazia Maria Coletti che ha intervistato numerosi parroci in un servizio pubblicato sul vostro giornale il mese scorso. Ma un conto è fare pacchi con gli aiuti ai migranti, come, per esempio, quelli che arrivano nella tendopoli allestita dalla Croce Rossa, alla stazione Tiburtina, inviati dalla parrocchia di Sant’Ippolito a piazza Bologna. O realizzare una doccia come accade a San Gregorio Magno alla Magliana. Anche noi raccogliamo generi alimentari con i nostri ragazzi davanti ai supermercati. Ma gestire moralmente, oltre che materialmente, una famiglia di profughi, questo è un altro discorso. Come esortazione e pratica evangelica accogliere una famiglia di profughi in ogni parrocchia va bene. Tutti siamo chiamati, ma all’atto pratico non è così semplice. Ci vogliono mezzi, persone, e spazi adeguati. Sicuramente per molte parrocchie servirà l’aiuto della Diocesi. E non poco. Già l’invito ad aprire i monasteri, che Papa Francesco aveva rivolto, ormai quasi due anni fa, nella sua visita nel dicembre 2013 al Centro Astalli di Roma - il servizio dei Gesuiti per i rifugiati - assume un carattere diverso. In un monastero «vuoto», come aveva specificato il Pontefice, che deve essere aperto alla carne di Cristo, gli ultimi, i migranti appunto, è meno complicato organizzarsi. Ma in un ambiente con fini pastorali tipici della parrocchia, trovare uno spazio adeguato ai bisogni di una famiglia, questo sì che è più impegnativo. E non tutte le parrocchie lo possono fare. Solo con l’aiuto e l’impegno delle Caritas diocesane si potrà realizzare questo servizio. Il buon cuore dei nostri parrocchiani che rispondono con sollecitudine ad ogni chiamata dal pulpito, da solo non basterà. La crisi morde ancora. E i parrocchiani che hanno sempre sostenuto gli aiuti necessari sono sempre più in difficoltà. Inoltre il clima di diffidenza e paura è diffuso. Una paura veicolata non solo dalle recenti notizie giunte dalla Sicilia, con la tragica fine dell’anziana coppia rapinata e uccisa in casa. Mi riferisco, in particolare, agli scontri già avvenuti in alucune periferie romane: questo rende più difficile mettere famiglie di migranti all’interno di una parrocchia perché potrebbe creare divisioni e scontri culturali nella famiglia parrocchiale. Nella mia parrocchia abbiamo sempre ospitato persone in difficoltà. Ultimamente un’ucraina e un rifugiato del Ghana, ma erano persone conosciute. In cambio davano anche una collaborazione, perché l’integrazione può essere motivo di vantaggio per la parrocchia. E qualche volta abbiamo ospitato anche qualche disperato per motivi di estrema carità, ma l’ho tenuto quasi "nascosto", il tempo che gli serviva in attesa di una soluzione e poi via. Insomma, mi permetto di dire che il bene è urgente farlo, e ce lo chiede il Vangelo prima ancora che il Papa, come lo stesso Pontefice ha ieri detto. Ma noi europei, italiani e cristiani, dopo questi anni di egoistico benessere, non siamo più preparati a farlo. Le esigenze di solidarietà che l’accoglienza ci impone, potranno essere l’occasione di una svolta culturale e storica. Il bene bisogna farlo. Ma bisogna farlo con intelligenza. E non da soli. Altrimenti si potrebbe avverare il proverbio che dice che «l’ideale è nemico del bene».
Serve l'aiuto delle Diocesi
L'intervento di don Carmine Petrilli
