Revoca del carcere e patteggiamento per il secondo troncone d’indagine di Mafia Capitale. È quanto ha chiesto l’avvocato Alessandro Diddi, difensore del ras delle cooperative Salvatore Buzzi, ritenuto il «braccio imprenditoriale» della presunta associazione mafiosa capeggiata da Massimo Carminati. L’istanza è stata depositata ieri mattina al gip Flavia Costantini, che dovrà vagliare la richiesta di revoca della misura. Sulla richiesta di patteggiamento, invece, dovrà esprimersi la Procura. Secondo quanto ritiene l’avvocato Diddi, sarebbe venuto meno il pericolo di reiterazione del reato e che, dunque, non si possa essere detenuti esclusivamente sulla base del reato di cui si è accusati (associazione mafiosa e reati contro la Pubblica amministrazione). Stando all’impostazione difensiva, il pericolo di reiterazione dei reati sarebbe cessato per Buzzi, anche in ragione del clamore che le sue dichiarazioni (in 5 diversi verbali d’interrogatorio) hanno suscitato nell’opinione pubblica. Affermazioni agli inquirenti che renderebbero «impossibile» – secondo la difesa – nuovi rapporti di natura illecita con organi e funzionari della pubblica amministrazione. Un altro spunto rilevante utilizzato dalla difesa per chiedere la revoca della misura cautelare, riguarda le mutate condizioni amministrative e politiche del Comune di Roma che, secondo le dichiarazioni dell’ex magistrato e attuale assessore, Alfonso Sabella, avrebbero portato alla «morte di Mafia Capitale». In particolare, il 22 agosto scorso, Sabella ha affermato che «il fenomeno di Mafia Capitale è morto e sepolto» e che rappresenta «solo un ricordo». A questo si aggiunga che recentemente sono stati conferiti al prefetto di Roma Gabrielli poteri di indirizzo, coordinamento e controllo in merito all’opera di risanamento dei settori risultati interessati dall’inchiesta della Procura di Roma. Secondo l’avvocato Diddi queste «mutate» condizioni politiche dell’amministrazione comunale di Roma sono poste alla base della decisione di non sciogliere il Comune della Capitale per infiltrazione mafiosa. Per questo, quindi, il pericolo di reiterazione dei reati non sarebbe né concreto né attuale. Infine, conclude la difesa, Buzzi non avrebbe più intenzione di gestire il Gruppo 29 giugno, attraverso cui sarebbero state compiute corruzioni e turbative delle gare d’appalto. Una decisione, per Diddi, che dimostrerebbe come il presunto «braccio finanziario» della sospetta organizzazione mafiosa non intenda più continuare con la sua attività imprenditoriale.
Il ras delle coop vuole patteggiare e tornare in libertà
Il fondatore della 29 giugno ha presentato istanza di scarcerazione e rito alternativo: "Tre anni e nove mesi"
