Nello scontro agostano tra la Cei e Salvini, il rischio non è tanto quello dell’eterna divisione tra Guelfi e Ghibellini, ma è il perdere di vista la prospettiva, da qui a un decennio. Occorre infatti spostare la visuale più in alto, ricomprendendovi la conformazione della nostra società, cosa avremo perduto per strada e cosa avremo guadagnato. In poche parole, se ci sarà o meno integrazione. Ci vengono in aiuto, a tal proposito, le parole di due uomini di Chiesa, il Card. Giacomo Biffi e Mons. Alessandro Maggiolini. In particolare, l’intervento che il primo tenne a Bologna, nel 2000, in occasione del Seminario della Fondazione Migrantes, e per il secondo il Discorso alla città di Como (di cui guidava la Diocesi) il 31 agosto 2002. Entrambi, parlando di immigrazione e integrazione, partono dal presupposto di un realismo necessario. Maggiolini stigmatizza il rischio di «passare per illusi che pretendono si governi con i paternoster, per dirla con Machiavelli»; Biffi evidenzia i "problemi" derivanti dal flusso migratorio come «contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni». Di fronte a questo, dunque, sta la necessità che gli «accessi siano vigilati e regolamentati». E ancora, sostiene Biffi: «Gli ingressi arbitrari determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione, dall’altro il prosperare di un’industria criminale e di sfruttamento». Parallelamente, Maggiolini evidenzia nel «flusso spesso incontrollato di extracomunitari, soprattutto di religione musulmana», un fattore che «può scalzare o contaminare la cultura e la civiltà del nostro Paese». Aprendo anch’egli all’importante questione dei criteri di accoglienza. Attenzione: Maggiolini parla a un anno scarso dall’attentato dell’11 settembre, quando lo shock degli attentati, gli albori del web a larghissima diffusione e la medianità di Bin Laden ponevano la questione del confronto tra civiltà. «I musulmani – sostiene Maggiolini - non costituiscono un’entità omogenea. (…) Nel fenomeno religioso globale si creano varie scuole e strategie diversificate di presenza nella società. Spesso – purtroppo - si impongono filoni religiosi e politici più intolleranti». Il Card. Biffi, fissa il parametro delle affinità identitarie: «In una prospettiva realistica andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e del corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane». Fin qui i principi. E i risvolti pratici? Biffi dice che i progetti di inserimento nella nostra società «dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti (…) Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità». Maggiolini, scomparso nel 2008, ha pronunciato queste parole 13 anni fa. Biffi, morto a luglio, le pronunciava tre lustri orsono. Entrambe le prospettive erano perfettamente calcolate, nella consapevolezza che l’integrazione non è e non può essere un diritto.
Quando Biffi e Maggiolini già parlavano del pericolo migranti
Nello scontro agostano tra la Cei e Salvini, il rischio non è tanto quello dell’eterna divisione tra Guelfi e Ghibellini, ma è il perdere di vista la prospettiva, da qui a un decennio. Occorre...
