Politica

Tante riforme, ma il Paese sembra sempre lo stesso

di Filippo Caleri

Cari Onorevoli fa piacere sentire l’augurio e il ringraziamento che che il presidente del Consiglio Matteo Renzi vi ha rivolto per le fatiche affrontate nel portare a casa le riforme. Ne prendiamo atto ma ci teniamo anche a sottolineare che, molti degli italiani da Voi rappresentati in ferie non ci andranno proprio. Non per loro volontà chiaramente. Ma perché i frutti del cambiamento annunciato non solo non li hanno visti, ma faticano anche a immaginarli. Così ci permettiamo di analizzare la lunga lista dei provvedimenti approvati e che avrebbero già oggi cambiato la faccia al Paese. Sono tanti e interessano settori vitali del Paese. Ma vorremmo farvi notare come il Jobs Act che doveva risolvere definitivamente la crisi occupazionale del Paese non sembra avere sortito gli effetti miracolosi annunciati. Pochi sono i veri posti di lavoro creati. Molti, invece, quelli riportati nell’alveo della regolarità dal sommerso non per le nuove norme, ma solo per i lauti contributi garantiti agli imprenditori. Confermando così, un principio elementare, noto anche anche a un medio studente di una facoltà economica, i posti non si creano per decreto. Servono investimenti, concetto ben diverso dai soli soldi. Gli stessi che lodevolmente, grazie al vostro voto, il Governo ha versato nelle buste paga dei dipendenti a basso reddito: quegli 80 euro che non hanno generato sull’economia la spinta che il premier annunciava. Se lo scopo era infatti quello di rimettere in moto i consumi l’obiettivo non è stato raggiunto. Sono le statistiche a dimostrarlo, buona parte della «mancia» è rimasta sotto il materasso, fieno in cascina per un futuro che non sembra ancora roseo. Ancora meno incisiva la riforma del fisco. Doveva cambiare il rapporto burocratico e squilibrato tra i cittadini e l’erario. Ma sono molti ancora i decreti che mancano. Le tasse sono sempre alte e la semplificazione solo un’affermazione. Basta parlare con qualunque commercialista italiano per capire come il 730 precompilato, vanto del governo, si sia rivelato il loro incubo d’agosto tra procedure informatiche complesse e dati inseriti spesso errati. E ancora l’intervento di riforma delle banche popolari. Un settore delicato regolato con un decreto, che dovrebbe rispettare i principi costituzionali di necessità e urgenza, e che invece spiega i suoi effetti nei successivi 18 mesi. E l’urgenza dov’è? Ma non solo economia. Anche le altre riforme pirotecniche non sembrano avere inciso più di tanto sui problemi del Paese. Di ben altra portata ci si attendeva l’intervento sulla giustizia. Le norme sulla responsabilità civile dei magistrati servono a poco se la durata media del processo continua a essere nell’ordine di anni. Inutile poi spacciare per norme epocali la sanatoria di ritardi accumulati negli anni. La riforma della custodia cautelare, il divorzio breve e il pacchetto anticorruzione sono solo tasselli per recuperare civiltà. Minimali anche altre misure come la portabilità dei conti correnti i cui costi continuano a essere tra i più elevati in Europa. Insomma la svolta impressionante, forse è solo nei sogni di Renzi, perché al cittadino non sembra proprio di vivere in un Paese diverso da quello di un anno fa. Renzi ha anche parlato di un clima diverso in Europa. Non sembra essere così. La flessibilità concessa sui conti pubblici è solo e sempre al di sotto del 3% del rapporto deficit/Pil, guai a sgarrare. Concetto ribadito dall’Ue non appena il premier ha osato annunciare una cospicua riduzione delle tasse a settembre. E quanto al ruolo giocato nella crisi greca basta solo tornare alla sera del referendum di Atene. La Merkel chiamò al telefono il presidente francese Hollande, infischiandosene del punto di vista del governo di Roma. Stessa critica sul «turbo» messo al Pil italiano. Solo qualche decimale in più rispetto alle stime, e con la produzione industriale che comincia a dare segni di cedimento. Senza tener conto che gli investimenti stranieri salgono semplicemente perché siamo un Paese ormai in saldo. Infine i mutui erogati che crescono. Ma solo per le sostituzioni di quelli accesi negli anni scorsi con tassi più elevati. Insomma qualcosa non torna. Ditelo a Renzi.

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