Parole intrise di sangue, articoli che diventano incubi, inchieste che scottano e costano carissime a chi le realizza. D’altronde un giornalista che non scrive la verità, che non si guarda intorno, che non ha il coraggio di denunciare, non è solo una persona che semplicemente non sta facendo il proprio dovere nei confronti dell’opinione pubblica, ma avrà anche la responsabilità di portarsi sulla coscienza i dolori, le sopraffazioni e le ingiustizie subite dalle migliaia di cittadine vittime delle mafie, del malaffare, della corruzione. Insomma, fare informazione, e farlo con tutti i crismi del giornalismo d’inchiesta - proprio quello che non guarda in faccia nessuno - oggi in Italia costa carissimo. Costa così caro da far gridare all’urgenza di un vero e proprio “caso Italia”, fra le righe della Relazione sullo “stato dell’informazione e condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie” approvata ieri all’unanimità dalla Commissione Antimafia. Cronisti che, molto spesso lontano dai riflettori e dall’attenzione mediatica di chi non ha palcoscenici nazionali che fanno da scudo, cercano di assolvere al proprio “credo” del diritto - dovere di informare con attenzione e precisione. Sì, perché anche se non espressamente menzionato dalla carta costituzionale, il diritto ad una informazione libera, autonoma e indipendente, resta pur sempre un diritto fondamentale di una democrazia. Al pari della libertà di espressione. E il prezzo che costa, cioè l’isolamento, il sangue, le denunce e la sofferenza nel muovere le penne, è ciò che sconvolge nell’Italia del 2015. Basti pensare ai dati forniti da “Ossigeno per l’Informazione” che, dal 2006 allo scorso anno, ha censito 2060 casi di minacce, attentati, avvertimenti ai danni di migliaia di giornalisti. E la situazione volge sempre al peggio, visto che - come si apprende dalla Relazione - nei primi dieci mesi del 2014 Ossigeno ha registrato 421 atti di violenza o di intimidazione, quasi tre ogni due giorni. Quelle penne, strumento di libertà, che si trasformano in un cappio, in solitudine urlante, in aggressione fisica, in esperienza - come quella di chi scrive - che gridano vendetta. Che stravolgono la vita di chi - secondo la Relazione più di trenta - è costretto a vivere sotto l’occhio vigile di “angeli custodi”. Eppure le minacce di “mezzi uomini” col tipico linguaggio criminale, continuano in più forme, dalle classiche pallottole recapitate a casa, alle bombe inesplose, fino alle minacce 2.0 sui social network. Ed in questo senso esiste un’unica Italia, poiché quando è mafia, quando è il malaffare o la corruzione ad essere denunciato, la minaccia diventa inequivocabile e diretta. Basti pensare che lo scorso anno solo Val d'Aosta e Molise non hanno registrato aggressioni o intimidazioni contro l’informazione. Il vecchio paradigma di una violenza mafiosa concentrata nelle sole regioni meridionali è ormai superato da una realtà che indica nel Lazio la regione in cui si registra la maggior parte di episodi di minacce ai danni dei giornalisti, 26 dal- l’inizio del 2015 (seguono la Campania con 20 episodi, la Puglia e la Lombardia con 18). Tutto all’insegna del motto, a me tanto caro, di “scrivere, raccontare e denunciare come stanno le cose equivale a non subirle”.
Quanta angoscia e paura costano poche righe oneste
La testimonianza di Paolo Borrometi, una vita sotto scorta
