Politica

Fondazione An, intellettuali divisi

Mellone:"Investire sulla cultura". Scianca (Casa Pound): "Non se ne farà nulla"

Quello sul destino e la «destinazione» della Fondazione An è uno dei temi che sta animando in maniera vivace il dibattito tra gli stessi esponenti di Fratelli d'Italia e tra diversi esponenti politici della cosiddetta destra in diaspora. In questi giorni proprio Il Tempo ha ospitato la cosiddetta mozione dei quarantenni - con la loro proposta di trasformare la Fondazione in una nuova An - e la risposta di chi, all'interno del partito guidato da Giorgia Meloni, vede in questa il rischio di un'operazione «frazionista». Ma cosa pensano dell'argomento Fondazione intellettuali, osservatori, giornalisti, di diversa provenienza. Tra questi - ad esempio - c'è chi vede la possibilità di crearla, gramscianamente, una nuova egemonia proprio a partire da un utilizzo scientifico (e non museale) della Fondazione. «Prima la catastrofe di tutto quello che si muove nell'orizzonte della destra, poi una eventuale rinascita. Altrove e lontano». Tifa palingenesi Angelo Mellone, scrittore e dirigente di RaiUno, secondo il quale occorre proprio spostare radicalmente l'orizzonte: «La Fondazione deve fare solo questo: investire sulla cultura e finanziare un vero e proprio quotidiano e una casa editrice per costruirla su basi solide questa rinascita». D'accordo è Lorenzo Castellani, ricercatore a Londra e animatore del think tank La Cosa Blu, che da parte sua ne fa un discorso di ottimizzazione: «Servirebbe una public company a servizio delle idee - spiega -. Se c'è un patrimonio che è di tutta la destra non ha molto senso che questo sia di un partito o di una serie di azionisti nei vari partiti». Da sinistra, su posizione libertarie e situazioniste, anche lo scrittore Fulvio Abate ha a cuore la destinazione di un intero patrimonio ideale: «Doveva essere il 1987 - racconta - quando mi accadde di notare tre ragazzi del Fdg che volantinavano tra via del Corso e piazza del Popolo. Era un sabato pomeriggio. Bene: nessuno se li filava di pezza. Io, "comunista", provai tenerezza per loro. Pensai che perfino il postfascismo italiano non meritasse quella sorte. Forse la Fondazione An dovrebbe servire a "salvare" quel segmento di memoria, affinché non vada perduta, affinché perfino chi stava dall'altra parte possa contemplare il termine di paragone». Per Nuccio Bovalino - sociologo del Ceaq Sorbonne - una scelta azzeccata è stata indicare Marcello Veneziani come direttore scientifico della Fondazione: «Questo ente potrebbe superare lo stallo iniziale grazie proprio alla nomina di Veneziani». L'invito del sociologo è che proprio questa indicazione possa trasformare la fondazione in un network europeo di «reazione»: «Bisogna creare nuove sintesi, mettendo a frutto e in rete esperienze originali e non conformiste come quelle incarnate da Maffesoli, Camus e de Benoist, per citare solo alcuni. Immagino la Fondazione come il fulcro di questa operazione politica ma ancor prima esistenziale». Emanuele Merlino - operatore culturale - da parte sua invita a «riprendere attività culturali e portare in giro, nelle scuole essenzialmente, alcuni temi storico/valoriali. È inutile ripartire da discorsi "politici" alti se poi non si fa niente nel reale». Scettico, invece, Adriano Scianca, giornalista e responsabile Cultura di CasaPound: «La Fondazione An potrebbe fare tante ottime cose, soprattutto dal punto di vista metapolitico, che è quello che non dà rendite politiche immediate, ma costruisce per un radicamento durevole». Proprio per questo motivo, secondo il giornalista, «è del tutto evidente che non farà nulla».

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