Politica

Attaccano Denis ma votano con lui. Ecco i dati che sbugiardano i Dem

Decisioni uguali nel 90% dei casi. Ma la polemica scoppia solo adesso

Denis Verdini, il mefistofelico alchimista di numeri parlamentari e del Patto del Nazareno in procinto di formare un gruppo autonomo a sostegno dell’esecutivo continua a provocare mal di pancia nella minoranza Dem. L’ex capogruppo a Montecitorio, Roberto Speranza, ha lanciato addirittura su Twitter l’hashtag #RenziRottamaVerdini. In politica può capitare che il nemico di ieri diventi l’alleato di oggi. Nicola Bombacci fu, nel 1921, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano e uno dei più odiati dai gerarchi fascisti. Nessuno avrebbe preconizzato che sarebbe morto a Dongo, accanto a Mussolini, cui si era avvicinato sempre di più nel corso degli anni. Pietro Nenni al XXXI Congresso del Psi del 1955 aprì all’odiata Democrazia Cristiana, con cui si era duramente scontrato sette anni prima. La Balena Bianca poi, grazie alla diplomazia di Aldo Moro, riuscì addirittura a coinvolgere, seppur esternamente, il Pci nell’area di governo. Nella Seconda Repubblica tutto è diventato ancora più fluido e i parlamentari hanno un mercato non inferiore a quello dei calciatori, cambiando anche loro facilmente casacca. A marzo, in soli due anni di legislatura era stati ben 173. Arcinoti sono i casi di Scilipoti e Razzi, folgorati sulla via di Arcore e le oscillazioni di Mastella da destra a sinistra. Ma c’è anche chi è passando dall’altra sponda rivendicando una sua personale coerenza. Romano Misserville, dopo una vita il Msi approdò niente di meno che al primo governo presieduto da un post comunista, Massimo D’Alema, che lo nominò sottosegretario alla Difesa, salvo cacciarlo una settimana esatta dopo essersi visto accostare addirittura a Giorgio Almirante dall’ex missino che non contento voleva appendere nel suo ufficio ministeriale un ritratto a olio del Duce. Passando alla stretta attualitài, ieri su Twitter l’hashtag #RenziRottamaVerdini ha spopolato. «Qualcuno pensa davvero che si possa cambiare l’Italia facendo patti con Verdini e gli amici di Cosentino? Io no» ha commentato il bersaniano Roberto Speranza. Che, però, finge di dimenticare che l’appoggio di Verdini a Palazzo Madama esiste da più di quanto si possa immaginare. E che, ad esempio, il voto parlamentare dell’ex coordinatore del Pdl «fa scopa» con quello di un bersaniano a caso - ad esempio Miguel Gotor - ben 857 volte nelle 868 votazioni in cui sono stati entrambi presenti in aula, il 98,7% delle volte. Il capogruppo piddino al Senato, Luigi Zanda, è ancora più affine al buon Denis, avendo votato come lui in ben 1.039 volte su 1.045 con una percentuale del 99,4%. Più bassa la sintonia con Corradino Mineo (93,1%) ma comunque significativa. Il risultato di questo «giochino» non cambia di molto se cambiamo i senatori. Un altro ex coordinatore forzista, il più berlusconiano tra i berlusconiani, Sandro Bondi esprime lo stesso voto del collega bersaniano Vannino Chiti per 2.101 volte su 2.338 (in tutto nell’89,9% dei casi). Non sono comunque le prevedibili critiche a impensierire Verdini, quanto la ricerca, per il momento affannosa, dei dieci senatori necessari a costituire un gruppo autonomo. I rumors danno in entrata il popolare Pietro Langella, dimessosi ieri dalla carica di coordinatore provinciale del Nuovo Centrodestra a Napoli. Chi non si strugge per le perdite è Silvio Berlusconi, probabilmente ricordandosi che chi ha lasciato la sua barca è quasi sempre affondato: «Meglio soli che male accompagnati, sono andati via quando gli è convenuto solo professionisti della politica» ha chiosato senza troppi sentimentalismi. Aggiungendo che presto, a partire da settembre, tornerà in televisione e riporterà Forza Italia al 20% dei consensi: «Il risultato minimo che abbiamo ottenuto nella storia alle elezioni politiche».

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