Non sono giornate semplici per il governatore della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso. Ieri è stato vittima di un tamponamento, per fortuna senza conseguenze. Ma la «botta» più grande gli è arrivata due giorni fa, quando la sezione regionale della Corte dei Conti ha depositato una relazione che rischia di far cadere Giunta e Consiglio Regionale. La palla è nelle mani di Palazzo Chigi e del presidente della Repubblica, ma i giudici contabili hanno pochi dubbi: il governatore andrebbe rimosso e il Consiglio sciolto. Il motivo? «Omissione di atti obbligatori previsti dalla legge» e «atteggiamenti dilatori». Ma andiamo per ordine. Il decreto legge numero 174 del 10 ottobre 2012 convertito il 7 dicembre 2012, ha modificato il sistema dei controlli sulle Regioni che ora si fonda su tre punti: esame dei bilanci preventivi, esame dei rendiconti consuntivi, parifica del rendiconto generale della Regione. Ebbene, proprio a partire dal 2012 (D’Alfonso è stato eletto nel 2014 ndr ), la Regione Abruzzo non è riuscita a fare una cosa secondo la legge. I giudici ripercorrono passo dopo passo le violazioni: il rendiconto 2012 non è stato redatto, come previsto, alla data del 31 dicembre 2013; stessa sorte per quello 2013 che, al 31 dicembre 2014, risultava non redatto. Non solo, l’Ente non avrebbe inviato né la bozza di rendiconto di esercizio 2013 né l’esito del riaccertamento dei residui al 31 dicembre 2013 né la bozza di rendiconto per il 2014. Basterebbe questo se non fosse che, a gennaio di quest’anno, con la rendicontazione ferma al 2012, «né il bilancio di previsione 2013 né quello 2014 erano stati oggetto di procedure di assestamento». Insomma se queste sono le premesse la conclusione non può che essere disastrosa. I giudici contabili sottolineano senza mezzi termini che «l’obbligo di rendicontazione costituisce un principio indefettibile delle gestioni pubbliche». E aggiungono come «i controlli delle Sezioni regionali della Corte dei Conti hanno assunto progressivamente caratteri cogenti nei confronti dei destinatari proprio per prevenire e contrastare gestioni contabili non corrette, suscettibili di alterare l’equilibrio del bilancio e di riverberare tali disfunzioni sul conto consolidato della pubbliche amministrazioni». Putroppo in Abruzzo non sembrano affatto preoccupati di questo carattere «cogente». Anzi, ormai da 3 anni i ritardi si sommano ai ritardi. Un fatto gravissimo secondo la Corte dei Conti che sottolinea come la Regione non voglia porre fine a questa situazione «in violazione delle norme che dal 2011 sono andate a disciplinare la contabilità regionale, l’armonizzazione ed i sistemi di controllo». A questo punto la conclusione è quasi scontata. «Tali atteggiamenti reiterati - scrivono i giudici -, in palese contrasto con la normativa ricordata, isolano la Regione Abruzzo nel contesto delle Regioni italiane [...]. La "reiterata e pervicace" violazione dei principi costituisce, secondo la Corte Costituzionale, di per sé un’ipotesi di violazione di cui all’articolo 126 della Costituzione poiché la Regione si sottrae a misure destinate ad operare sull’intero territorio nazionale». Peccato che l’articolo 126 della Carta sia proprio quello che affida al Presidente della Repubblica, con decreto motivato, la possibilità di sciogliere il Consiglio regionale e rimuovere il Presidente della Giunta che «abbiano compiuto atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge». Insomma, come sottolinea anche la Corte dei Conti, la valutazione del caso spetta al governo e al Capo dello Stato, ma D’Alfonso sembra proprio ad un passo dal baratro.
In Abruzzo non tornano più i conti
La magistratura contabile chiede lo scioglimento del Consiglio Regionale. Dal 2012 mai rispettati gli adempimenti di bilancio previsti dalla legge
