Politica

Il "Devid di Maichelangelo" L’inglese alla mister Renzi

Strafalcioni e comicità involontaria del premier

Supplica: lasciateci l’inglese di Renzi. In questa politica noiosa, dove il (non) pensiero viene inscatolato in un tweet, dove ci sono dei Frankestein disumanizzati costruiti nei laboratori di spin doctors, fateci assaporare almeno un refolo di creativa comicità. Specchio di un’umanità zoppicante, sconnessa, difettosa, ma appunto per questo umanità vera. Il suo eloquio in inglese ci permette di chiamare Renzi per nome. Finalmente, il premier è Matteo. Non il Matteo delle campagne elettorali, brand di una finta confidenza concepita per acchiappare più voti facendolo sembrare amico di tutti quando (per forza) non lo è. Ma il Matteo che in gita a Berlino, zaino in spalla, non si raccapezza con la carta geografica e ferma un passante per domandare dove stanno i resti del «Berlin Uolz» (detto durante il Digital Venice), cioè il Wall, il Muro. O ancora il Matteo a passeggio per Firenze fermato dai turisti stranieri che gli chiedono dove possono passare una serata divertente, e lui ci pensa, alza gli occhi tipo Mimmo di Carlo Verdone e poi suggerisce un locale per una «incesting nights» (pronunciato alla Conferenza Onu «Financing for Development»), dove «incesting» ovviamente nelle sue intenzioni sta per interesting, interessante, non per qualcosa di scabroso. A quel punto i turisti si guarderebbero tra loro, sconcertati e direbbero «ah, Italians!». Esatto, è proprio questo il punto. Matteo parlando inglese è l’arcitaliano, che si arrampica sugli specchi e si aggrappa a quell’istintivo provincialismo che di fronte allo scoglio del dialogo con lo straniero fa credere a tutti noi di saper «farci capire», secondo il miglior luogo comune autoassolutorio. Questo poteva andar bene vent’anni fa, ma meno oggi, chiaro, dove il web pullula di inglese e si fa un gran parlare della «generazione Erasmus», dogmaticamente poliglotta, esaltata anche dallo stesso Renzi ai tempi della rottamazione. Ma non fa niente. Perché incoerenza è umanità, quando è veniale va perdonata, specie se partorisce creazioni sorprendenti. Tipo l’onomatopeico «shish!» (ancora al Digital Venice), cult dell’anglorenzismo diventato addirittura il titolo di una canzone nonsense, «Shish is the word», composta da un malefico genio dei montaggi, tale ChristianIce, che l’ha messa su youtube ottenendo oltre cinque milioni di visualizzazioni. Ma non solo. Con l’inglese Matteo riscrive l’arte e la storia. Il David, simbolo di perfezione delle forme? Si pronuncia «Devid» (forse in onore di Bowie) e l’ha scolpito tale «Maichelangelo» (detto qualche giorno fa, a Gerusalemme). Che sia mica Michael Angelo, italoamericano, magari amico dei Soprano del telefilm? O, ancora, Meucci secondo Matteo «is a very good italian» (di nuovo al Digital Venice). Certo, Meucci is. È ancora tra noi, ha 207 anni e gioca a bocce sull’Iphone. Ma non solo arte, storia e scienza. Matteo non teme di cimentarsi in sperimentazioni linguistiche, come al Council on Foreingn Relations, New York. Il servizio ufficiale di stenografia ha fornito la trascrizione del suo discorso marcando ben 42 «inaudible», cioè «incomprensibile». Tipo Salvatore nel Nome della Rosa, che mescolava varie lingue producendo un minestrone indecifrabile. Anche nello scritto, tuttavia, non va meglio e Matteo ad aprile sbaglia la dedica nel libro degli ospiti della Casa Bianca, scrivendo «goverment» invece di «government». Please, non vi indignate, lasciateci almeno questo, ad arricchire la nostra collezione di stereotipi. Dopo il «francese di Silvio», lingua del seduttore che imbambola la preda con una rosa e una canzone di Aznavour, ora l’«inglese di Matteo», lingua dello studente in vacanza premio. Evoluzione digitale del «Noio volevam savouar» di Totò. Certo, è poco, ma almeno questo tratto di italianità Renzi lo sa difendere. E non esiste Europa che ce lo possa portar via.

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