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Scialpi sposa il compagno e scrive al Papa: «Dammi la tua benedizione»

Una volontà che non resti «un desiderio personale» ma «diventi comune a tutte le persone che amano senza distinzioni». È il senso della lettera scritta da Giovanni Scialpi, in arte Shalpy, e...

Una volontà che non resti «un desiderio personale» ma «diventi comune a tutte le persone che amano senza distinzioni». È il senso della lettera scritta da Giovanni Scialpi, in arte Shalpy, e twittata a Papa Francesco. Nella lettera, il cantante, che nei giorni scorsi ha annunciato il matrimonio con il compagno Roberto Blasi, fa riferimento anche al padre. «Caro Papa Francesco, mi perdoni, ma da quando ho sentito per la prima volta il Suo nome alla TV per la Sua proclamazione in un attimo di profonda commozione, il mio pensiero è andato subito al mio povero padre che si chiamava come Lei e che è mancato ormai da anni». «Mi rivolgo direttamente a lei, Santo padre, come figura Spirituale che sostiene e conforta i Suoi Figli - continua il cantante - perché la mia volontà non resti solo un desiderio personale, ma diventi comune a tutte le persone che amano senza distinzioni. Quanto desidererei da Lei una Parola per dare forza al mio concetto di Famiglia! Per sentirmi anch’io sotto la protezione e la benedizione della Chiesa e di Nostro Signore. La ringrazio con l’augurio di trovarmi sempre nella grazia di Dio». Le parole del cantante arrivano alla vigilia del ritorno del ddl sulle Unioni Civili in commissione Giustizia al Senato. In realtà, la seduta odierna potrebbe essere ancora una volta interlocutoria, dato che i membri della commissione sono ancora in attesa della relazione tecnica del Tesoro sugli eventuali costi dell’estensione del diritto alle pensioni di reversibilità anche alle coppie omosessuali o a chi in genere dovesse scegliere di avvalersi del nuovo istituto. Ma a pesare ancora di più nel «rallentamento» dell’iter potrebbe essere la volontà politica del governo. Da questo punto di vista, le parole di Matteo Renzi all’assemblea del Pd di Milano possono prestarsi a una doppia interpretazione: se da un lato ha assicurato la volontà di andare avanti per dare finalmente all’Italia una disciplina presente ormai in moltissimi Stati occidentali, dall’altro ha però spostato l’orizzonte temporale del provvedimento a fine anno. Un modo per non metterea rischio la tenuta della maggioranza, in special modo al Senato, dove i centristi di Area Popolare - piuttosto critici nei confronti del ddl Cirinnà - sono determinanti per garantire i numeri al governo. Ma anche un modo per far «placare» gli animi nella Chiesa, che ha reagito con una levata di scudi alle ipotesi sul tavolo, denunciando il rischio che l’approvazione di una legge sui diritti civili non sia null’altro che l’anticamera di matrimoni e adozioni gay. Da questo punto di vista, in realtà, le gerarchie vaticane non sembrano compatte. Negli ultimi giorni sulle pagine dell’Avvenire è andato in stampa un vero e proprio dibattito tra chi si oppone tout court a una disciplina delle unioni omoaffettive e chi, invece, le ritiene il «male minore» per evitare in futuro una legislazione ancora più «ardita» sull’argomento. Il caso della cattolicissima Irlanda ha fatto scuola: la popolazione si è espressa con un referendum e ha approvato le nozze gay, in barba ai precetti della Chiesa.

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