A 23 anni dalla morte di Paolo Borsellino, trucidato dalla mafia il 19 luglio 1992, la verità su quella strage non la conosce nessuno. Nemmeno il pm Nino Di Matteo che ieri in via D’Amelio, nel giorno della commemorazione del magistrato ucciso, è stato accolto da un lungo applauso. Eppure se a Caltanissetta è in corso il processo Borsellino-quater, è perché l’uno, il due e il tre, con annessi appelli e Cassazione che hanno portato alla condanna di sette innocenti, sono clamorosamente falliti, schiantati dalle bugie di un falso pentito, drogato e semianalfabeta, Vincenzo Scarantino, a cui per anni molti pm e tantissimi giudici hanno prestato ascolto. Di Matteo è uno di loro. Nel 1992 Scarantino viene arrestato per la strage di via D’Amelio e si autoaccusa di aver procurato la Fiat 126 riempita di tritolo per far saltare in aria Borsellino e i cinque agenti della scorta. Ma già nel 1993 il pentito fa la prima ritrattazione: «Mi hanno fatto inventare tutto, il verbale lo hanno fatto e poi me lo hanno fatto firmare». Ma non succede nulla. Nel 1994 Ilda Boccassini è distaccata a Caltanissetta. Ascolta Scarantino e capisce al volo di avere di fronte un bugiardo incallito. Con il collega Roberto Sajeva mette per iscritto le sue convinzioni e informa i colleghi della procura, ma i pm titolari dell’indagine, fra cui Di Matteo, vanno dritti per la loro strada. Nel gennaio del 1995 il pm Di Matteo partecipa al confronto fra Scarantino e tre pezzi da novanta di Cosa Nostra: Cancemi, La Barbera e Santo Di Matteo. Tutti e tre affermano di non conoscerlo nemmeno quel ragazzo che parla della strage di via D’Amelio. Quei preziosi verbali, però, è come se non esistessero. Al primo processo Borsellino non vengono depositati, e nemmeno all’udienza preliminare del Borsellino-bis. E quando, solo successivamente, salta fuori la prima prova di quei confronti, i pm ne escludono la valenza affermando che nulla c’entrano col processo in corso. In realtà, essendo Cancemi uno degli imputati, quei verbali attinenti lo sono eccome. Un riferimento salta fuori anche in un mandato di cattura spiccato proprio da Di Matteo, ma di fatto i documenti spuntano solo al Borsellino-ter. È il luglio del 1995 quando Scarantino parla al tg di Studio Aperto e confessa, ancora una volta, di esservi inventato tutto. La procura di Caltanissetta ordina la distruzione dell’intervista. Tre anni dopo il falso pentito si rimangia ancora la prima versione del 1992, ma Di Matteo non si smuove. Ed è a lui che nel dicembre del 1998 viene affidata la requisitoria del secondo processo Borsellino, nel corso della quale esclude che da parte della procura ci sia «un atteggiamento di pregiudiziale e acritico sostegno alle tesi compendiate nei capi di imputazione», e liquida la ritrattazione di Scarantino come «falsa e indotta». Passano gli anni e nel 2008 il pentito Gaspare Spatuzza dimostra, prove alla mano, di essere stato lui a procurare l’autobomba usata per ammazzare Borsellino. È così che i processi celebrati fino a quel momento, basati sulle parole del falso collaboratore di giustizia preso sul serio da Di Matteo, crollano in un istante. Oggi le sette persone condannate sono fuori dal carcere (tranne uno, detenuto per altri reati) ma ancora sotto «misura di prevenzione», impossibilitati a lavorare fuori Palermo, costretti a tornare a casa entro una certa ora. Tre di loro, prima che Scarantino li accusasse, erano incensurati. Di fronte al clamoroso fallimento giudiziario, la nuova tesi è che Scarantino sia stato manovrato dalle solite «menti raffinatissime», impegnate a depistare l’inchiesta su via D’Amelio e abili a ingannare per anni i pm (ma non tutti), in nome della trattativa fra lo Stato e la mafia. Troppo facile.
Di Matteo e il flop del caso Borsellino
ll pm della Trattativa accolto con un lungo applauso in via D’Amelio Credette al falso pentito Scarantino che la Boccassini riteneva bugiardo
