Politica

I due volti dell’Italia in Europa

Draghi Mai condizionato dai «falchi» tedeschi

È uno dei pochi italiani che ha sfidato il teorema del rigore a oltranza di marca tedesca. Mario Draghi, italiano emigrato a Francoforte per guidare l’euro nella fase più accidentata della sua vita, non ha mai chinato la testa di fronte all’arroganza dei falchi della Bundesbank. Che in lui hanno sempre visto un rappresentante di quei paesi periferici spendaccioni alle spalle dei «panzer» solo casa, lavoro e risparmio. Così Draghi ha dovuto adottare una tattica «democristiana» cioè un sapiente mix tra il non essere troppo accomodante con il paese d’origine e provare a usare la Banca Centrale Europea sullo stile della Federal Reserve americana, inondando di soldi le anemiche economie continentali a fronte dell’acquisto di titoli di Stato, di tutti i partner, anche quelli che Berlino considera cartastraccia se confrontati con i loro solidi Bund. Senza strappi e con mediazioni continue, attento a non urtare la suscettibilità dei rigoristi più incalliti, non si è però mai arreso al conservatorismo tedesco né si è fatto depotenziare dal pregiudizio antitaliano. Ed è riuscito a osare laddove nessuno aveva mai pensato: creare moneta dal nulla, anzi violando la più grossa fobia del mondo germanico, comprando debiti e dunque cartamoneta già creata e spesa. La strategia del «ragno», e cioè costruire una tela in grado di concentrare gli interessi anche contrapposti attorno al suo Quantitative easing (Qe), meglio conosciuto come il bazooka, ha alla fine azzittito i cultori dell’austerity estrema. Sarà anche per questa sua capacità di costruire senza imporre che Draghi ha vinto la sua battaglia più dura. Al prezzo però di creare sacche di livore di chi ha dovuto ingoiare il boccone amaro del Qe. È il caso del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. Sarà, infatti, uscita la vecchia ruggine quando Draghi stava piegando un dettaglio sul debito ellenico al tavolo di sabato a Bruxelles, e Schäuble lo ha interrotto sibilando «non sono stupido». Questo è quanto accaduto secondo le fonti Bce che hanno, però, gettato acqua sul fuoco precisando che si sarebbe trattato di «un semplice scambio di vedute». Ma l’idea che ci sia ancora qualcuno che continua a non piegarsi ai diktat di Berlino fa ben sperare nel futuro. Già perché nelle more dell’intesa che fatica ad arrivare per salvare Atene, nel balletto tra l’uscita e la permanenza, a tempo determinato o indeterminato, sarà lui a tenere in vita non solo la speranza del negoziato ma anche quella dei greci. Sì perché anche se la decisione è politica il mantenimento dell’Ela, della linea di credito di emergenza per le banche elleniche, sarà sempre nelle mani dell’italiano di Francoforte. I falchi potranno contestare, opporre eccezioni, inveire contro Draghi troppo buono e pronto a tenere i cordoni della borsa aperta per aiutare il paese ellenico, ma non potranno far nulla se non sfiduciare pubblicamente il presidente della Bce. Ma a quel punto la deflagrazione sarà talmente potente da far diventare il tentativo della costruzione europea un castello di sabbia lasciato sulle spiagge settembrine. Insomma lo scatto di nervi di nervi di Schauble segnala che il più grosso ostacolo ai disegni di onnipotenza della Germania sull’Europa del futuro per ora abita nella loro Patria. A Francoforte: Mario Draghi.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.