Politica

"Pensiamo in grande Il passato ormai è morto"

L'intervista a Marcello Veneziani

«Lo spazio per una nuova destra c’è». È sicuro Marcello Veneziani, giornalista, scrittore e cultore dell’eredità culturale da cui vuole ripartire quel mondo identitario che stamattina si riunisce a Roma, a Palazzo Wedekind. «Il problema – dice - è che il percorso non deve ridursi a ricomporre le frattaglie della destra passata, né può essere racchiuso in un solo filone della destra presente, cioè in quello berlusconiano o salviniano. Ma gli spazi ci sono eccome: esiste una fascia dell’opinione pubblica che non può essere trascurata.   Come si può far sì che il progetto non sia limitato? «Innanzitutto occorre pensare in grande, cioè andare oltre l’esito elettorale immediato. E poi occorre porsi come una forza politica che, a differenza di quelle che sono in campo, non si esaurisca solo nella verve del leader. Noi abbiamo quattro leader dominanti, Grillo, Salvini, Renzi e Berlusconi, che però non sono affiancati da un solido contenuto politico. Ecco, la destra dovrebbe invertire il procedimento. Partendo da un progetto politico di caratura "statale nazionale", cioè basato sull’idea di sovranità dello Stato e di identità nazionale. Da lì, imbastire un percorso reale di rilancio del Paese».     A Palazzo Wedekind si incontrano una ventina di sigle di quell’universo culturale della destra, e molti protagonisti della storia di An nella seconda Repubblica. Operazione valida o rischio revival? «Fermo restando che è positivo tutto ciò che rianima la politica a destra, io credo si debba partire da altri presupposti. L’esperienza di An è ormai liquidata e i suoi più significativi esponenti hanno esaurito in essa il loro compito. Perciò la strada di una rifondazione della destra va tentata al di là di quei protagonisti che l’hanno caratterizzata in passato. Non credo si possa ripartire da dove si era interrotto il discorso. Al contrario, è necessario compierne uno nuovo».     Questo significa l’ingresso di una nuova generazione? «Sì, tutto ciò implica necessariamente una generazione nuova, che non abbia avuto responsabilità di governo e di amministrazione. Però credo sia inevitabile, e in un certo senso anche auspicabile, che accanto a questa generazione ci possa essere anche una parte di quanti hanno vissuto altre fasi politiche. Il problema è che non si possono rifare cose già fatte. Si può avviare una nuova stagione con nuovi protagonisti, con nuovi interlocutori. Ma quanti hanno ricoperto ruoli di guida in passato non possono averne anche oggi».     Snodo fondamentale del discorso sarà l’Assemblea dei soci della Fondazione An a ottobre, in cui verrà deciso se e come trasformarla. «Ripeto: il passo decisivo non è quello di ricomporre le correnti o di ritrovare attraverso i leader del passato il punto di partenza. Bisogna lavorare su altro. Innanzitutto su un progetto pre-politico. Da far evolvere in un progetto politico. Poi serve la selezione di una classe dirigente nuova».

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