Chi vuol esser lieto sia: del doman non v’è certezza. Sempre valida questa citazione secolare di Lorenzo de’ Medici, didascalia quanto mai azzeccata della foto che vede i vertici istituzionali romani, laziali e nazionali inaugurare sorridenti le sei nuove stazioni della Metro C di Roma, da Centocelle fino a Lodi. Un giorno di festa, su cui aleggia un grande punto interrogativo: l’opera si fermerà a Fori Imperiali (Colosseo) o arriverà veramente fino a Farnesina? E se sì, come? Già, perché ieri mattina il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Graziano Delrio ha lasciato intendere che bisognerà cercare di trovare un modo diverso per andare avanti, che consenta un risparmio di tempi e costi. Come? Probabilmente rescindendo il contratto in essere con il Consorzio di imprese costruttrici e mettendo in campo una nuova gara d'appalto. Andiamo con ordine. RITARDI E CONTENZIOSI Durante l’inaugurazione avvenuta ieri, Delrio ha annunciato «l’apertura di un tavolo per esaminare il progetto di prolungamento» della linea C da piazza Venezia a piazza Mazzini. Un «progetto condiviso, fattibile in tempi certi: i finanziamenti per progetti seri li dobbiamo creare, la Cura del ferro è una priorità del Governo». Uno scenario che apre anche alla possibilità che l'attuale appalto possa essere revocato. Ad oggi, si occupa di costruire la terza metropolitana di Roma un Consorzio formato da Vianini (Gruppo Caltagirone), Astaldi e Ansaldo (Gruppo Finmeccanica) e dalle coop Ccc e Cmb. Il modello è quello del contraente generale, ovvero il Consorzio riceve la commessa, ma a sua volta appalta ad altre ditte che poi subappaltano i lavori specifici. Un sistema di matrioske che ha portato una lievitazione dei costi sorprendente, a otto anni dalla posa della prima pietra: ben 555 milioni di extracosti derivanti da contenziosi per 45 riserve, con un’opera che a fronte dei 2,9 miliardi chiavi in mano ad oggi è costata 3,9 miliardi, esattamente un miliardo in più. Soldi spesi al 70% dal Governo, al 18% dal Comune di Roma e al 12% dalla Regione Lazio. E i contenziosi proseguono: il Consorzio aspetta ancora il pagamento di 200 milioni di euro rispetto alle fatture consegnate in Campidoglio, ma è lo stesso Comune a contestare penali per oltre 35 milioni, in virtù di ritardi che le imprese rimandano al mittente. Proprio per questo, ieri le imprese costruttrici non erano presenti al taglio del nastro. PROGETTI SERI Qualcosa, evidentemente, deve cambiare. La soluzione potrebbe essere interrompere l’attuale appalto alla parte già finanziata, cioè quella che da Pantano dovrebbe portare entro il 2020 a Fori Imperiali. A quel punto, nuovo progetto e nuovo contratto. «Prepareremo un progetto condiviso - ha detto Delrio - fattibile in tempi certi, i finanziamenti per progetti seri li dobbiamo creare, la 'cura del ferrò è una priorità del Governo». Quando ci sono «progetti seri, i finanziamenti si trovano», ha ribadito Delrio, che ha citato la realizzazione di linee metro a Milano «con capitali interamente privati». LE NUOVE STAZIONI Ma come detto, quella di ieri è stata pur sempre una giornata di festa. Già dalle 15 gli utenti hanno potuto prendere la linea C per arrivare dal Comune di Montecompatri vino a piazza Lodi, in 45 minuti. Le stazioni adesso sono 21. Alle prime 15 si sono aggiunte Mirti, Gardenie, Teano, Maltesta, Pigneto e Lodi (a 400 metri dalla metro A di San Giovanni). La frequenza attuale è di 6 minuti fra Lodi e Alessandrino, e di 12 minuti fra Alessandrino e Pantano: questo significa che un treno ogni due percorre una tratta ridotta. Entro il 2016 si inaugurerà San Giovanni, poi entro il 2020 le fermate Ipponio e Colosseo. Soddisfatto il sindaco Ignazio Marino: «In ognuna delle stazioni metteremo opere d'arte proprio per ricordare l'importanza che ha la metro C per una città che è Capitale d'Italia». L'assessore regionale Michele Civita ha assicurato che «la Regione collaborerà per far in modo che la cura del ferro sia sempre più una delle priorità per migliorare la vita dei cittadini e la qualità della città».
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Con i soldi si dovrebbe sostenere l’ambiente e salvaguardare la fauna Ma il 90% va al personale. E in alcuni enti i dirigenti sono più degli addetti
