Questa crisi ci insegna che l’Europa deve andare avanti rendendo sempre più forti le sue istituzioni. È questa la strada da seguire. Per quanto riguarda il rischio Grecia, complessivamente tutto il mondo bancario italiano è esposto per una cifra relativamente modesta, cioè meno di un miliardo. La nostra presenza industriale è molto contenuta. La Grecia non è mai stata un satellite dell’Italia. Ha ruotato sempre in altre orbite e quindi ora i problemi sono soprattutto di altri. Certo, c’è il problema della Repubblica Italiana esposta per circa quaranta miliardi nel quadro degli interventi di sostegno decisi dai vari organismi internazionali. Ma anche qui il problema non è solamente economico, ma anche istituzionale e politico. In ogni caso, già nelle scorse settimane gli investitori e i mercati hanno anticipato le ipotesi negative. In secondo luogo dobbiamo tener conto che la Bce sta intervenendo sui mercati e di conseguenza c'è uno scudo protettivo di grande livello. Comunque, non tutto è ancora perduto. Anche in questi giorni ci sono contatti anche informali. La diplomazia riservata è in piena attività. In casi del genere è quella dotata di ha maggior efficacia. D’altronde basta vedere quello che sta succedendo: il Presidente della Bce, Mario Draghi, ha fatto sapere che la Bce non toglierà il sostegno finanziario alle banche greche. Il Ministro dell’economia e delle finanze italiano, Pier Carlo Padoan, ha detto che la scadenza del 30 giugno per il rimborso del prestito al Fmi non è una data ultimativa. Direi che, in questo momento, la presenza italiana a Bruxelles e Francoforte è molto importante e autorevole. Draghi ha confermato ancora una volta l’irreversibilità della moneta unica e la Bce è una istituzione forte e vigilante. In questi anni anche le altre istituzioni comunitarie si sono irrobustite. La crisi è stata l’occasione per mettere a punto strumenti molto efficaci di intervento. Basti pensare al quantitative easing. Cinque anni fa non c’era e basta la sua esistenza per rendere la speculazione meno aggressiva. Sfidare una banca centrale potente come la Bce può risultare un’operazione molto pericolosa. Ma torniamo alla Grecia. La rottura è avvenuta nel corso della fase finale del negoziato, non alla sua conclusione. All’inizio della scorsa settimana l’ottimismo era diffuso immaginando che l’intesa era a un passo ed in effetti le distanze si erano avvicinate considerevolmente. Erano rimasti i toni duri, almeno in pubblico. Ma nella sostanza si vedeva che le distanze si stavo riducendo. Poi venerdì notte, d’improvviso, l’annuncio del referendum in Grecia. La rottura è avvenuta per ragioni politiche, più che economiche. In Grecia, in questo momento, ci sono istituzioni politiche piuttosto fragili. E’ al potere una maggioranza arrivata al governo promettendo che avrebbe chiuso per sempre l’epoca dell’austerità. Poi ha dovuto fare i conti con la realtà e ha trovato nel referendum la strada per rafforzare la sua posizione negoziale. Dobbiamo tutti essere costruttivi. Anche rispetto alla crisi greca. Ho letto il documento cosiddetto dei “Cinque presidenti”, in cui si definisce un percorso per il futuro dell’Europa. Si vede bene la mano del Presidente della Bce, Mario Draghi. È un testo che condivido, soprattutto quando prefigura una sorta di Testo Unico per le banche europee: non si può avere l’Unione bancaria e poi una legge fallimentare diversa da Paese a Paese, una giustizia che si muove con tempi e norme non omogenee, leggi fiscali lontane. Su questo fronte il mondo bancario italiano ha ragionato in anticipo.
Le banche italiane sono poco esposte Dalla crisi si esce con più lungimiranza
di Antonio Patuelli* Questa crisi ci insegna che l’Europa deve andare avanti rendendo sempre più forti le sue istituzioni. È questa la strada da seguire. Per quanto riguarda il rischio Grecia,...
