Politica

Zanda trasforma "renziano" da complimento a insulto

La guerra del Nazareno dietro un'intervista al capogruppo

«Renziano a chi? Dillo a tua sorella». Sarà che in Italia l’uso della lingua è ambiguo nel significato (figuriamoci quello degli aggettivi!) ma ieri a leggere una frase pronunciata da Luigi Zanda, capogruppo al Senato del Partito democratico, in un’intervista a la Repubblica c’era da trasecolare: «(..) trovo scandaloso - spiegava Zanda - che l’aggettivo "renziano" possa essere usato come un insulto all’interno del Pd». Un insulto? Ma se fino ad oggi, in meno di due anni, dalla presa di potere di Matteo Renzi, nel Pd, con le primarie, sino alla sua ascesa a Palazzo Chigi, si è scatenata una vera e propria corsa al dirsi «renziani» o al diventarlo nei fatti, magari senza spifferarlo troppo in giro. Politici, editorialisti, manager, opinionisti, più che un insulto l’esser renziano pareva una medaglia. Matteo Orfini, che nella primavera del 2013 diceva su una eventuale candidatura di Matteo Renzi alle primarie Pd, «Penso sia un’idea folle» oggi con Renzi ci gioca alla Playstation e Filippo Sensi, spin doctor del premier, li fotografa pure, in una infausta notte elettorale, quella delle ultime regionali. Infausta, ma non per Zanda - che pure di sé dice che «non è renziano» - visto che dopo il voto delle regionali (con il Pd che ha perso la Liguria) ha sentenziato: «Si tratta di una vittoria incontrovertibile», aggiungendo, qualche giorno più avanti, che «è assolutamente visibile che Renzi ha portato una spinta enorme e le riforme e le leggi approvate in questi mesi ne sono la prova». Certo, se lui non è «renziano» allora vien da chiedersi, chi lo è? Sì d’accordo, lo sono il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e il sottosegretario Luca Lotti, amico del premier da molto tempo. Ma di quei renziani della prima ora in tanti, oggi, son meno visibili, perlomeno nella gerarchia del potere, come Simona Bonafé, record di voti alle europee, o Ernesto Carbone, che varie volte ha avuto Renzi sulla propria Smart. Giuseppe Civati, detto Pippo, renziano non è mai stato anche se con l’attualepPremier mise su, nel 2010, la prima Leopolda. Lui, dal Pd, se n’è andato già da un po’, senza guardare troppo agli aggettivi. Quanto agli altri, Zanda non potrà pretendere che l’aggettivo renziano garbi a Rosy Bindi, critica, da sempre, verso l’ex sindaco di Firenze o a Pier Luigi Bersani, ché va bene l’amore per la Ditta ma aggettivarsi col nome di chi ti ha fatto (politicamente) le scarpe andrebbe oltre il francescanesimo! Per non dire di Massimo D’Alema. Chissà, magari Enrico Letta nella sua scuola di politica, in futuro dedicherà una lezione al termine renziano: analisi, significati e spunti, compresi eventuali effetti collaterali dell’uso di Twitter e della frase #staisereno. Noi, nell’attesa che se ne occupi il dizionario Devoto-Oli, possiamo solo chiedere a Zanda: ma davvero nel Pd c’è chi usa «renziano» come un insulto? E se sì, chi? E soprattutto: se «renziano» è un insulto, la parola Renzi che significato ha? Al senatore Zanda l’ardua sentenza.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.