Politica

"Rifacciamo la destra. Meno correnti e più volti giovani"

Parla Storace, domani il grande appuntamento a Palazzo Wedekind

Francesco Storace, leader de La Destra, fotografa la condizione del dibattito politico in vista di quel cantiere identitario che vedrà una tappa anche nel seminario di domani, a Palazzo Wedekind. «Io non ci sarò, perché sono fuori per tutta la settimana. Bisogna capire – spiega - in cosa si concretizzi quell’appello lanciato da Giorgia Meloni alla sua Direzione Nazionale». Venerdì scorso, la leader di FdI aveva detto: «Chiediamo a chi è rimasto a guardare di venire a darci una mano». A tal proposito, Storace evidenzia: «Se una nuova destra nasce, è evidente che non può essere una cosa diversa da Fratelli d’Italia. Sarebbe abbastanza buffo, no?».   Lei cosa farà con il suo movimento? «Lo decideremo al nostro Congresso Nazionale, che abbiamo fissato per fine ottobre, dopo l’Assemblea dei soci della Fondazione An. Possiamo andare avanti con il nostro movimento, trasformarlo in qualcosa di diverso, oppure confluire in un altro contenitore. Le cose che si possono fare sono tante, l’importante è sapere quali».   Il primo passo da compiere? «Smetterla con le polemiche sul patrimonio della Fondazione An. È davvero una cosa molto brutta. Se una destra rinasce, ciò deve avvenire nel segno della pulizia e dell’etica. Non si può scherzare con queste cose».   Considerando ciò che è accaduto a Roma? «Non solo a Roma. Anche con il Mose, con l’Expo. Certo, a Roma tutto è stato aggravato da un sindaco pasticcione e delirante. Tuttavia, tornando al punto, bisogna capire per bene ciò che dobbiamo fare, e ciò che si vuole da noi. Soprattutto dovrebbero mettersi un po’ di cenere sul capo quanti, in questi anni, hanno criticato la nostra volontà di difendere con orgoglio questo bastione a destra. Ma noi, al contrario, non dobbiamo essere presuntuosi nei loro confronti».   Si riferisce a Gianfranco Fini? «No, mi riferisco più che altro a tutti coloro che l’hanno seguito. Per carità, Fini è una personalità importante. Però le cose che dice dal punto di vista programmatico lo pongono da un’altra parte rispetto ai percorsi di cui noi stiamo parlando. Se lui continua a essere "euromane", se continua a sostenere sui diritti civili una posizione antitetica rispetto a quella della destra, se per lui l’Europa non riguarda la lotta per la sovranità, ecco, credo che, anche se ci scordassimo il passato, il futuro sarebbe comunque divisivo». Punto importante anche il rapporto con Salvini. «A Pontida ho visto un Salvini diverso rispetto non solo agli anni scorsi, ma persino ai mesi scorsi. Mi ha colpito positivamente quel suo ragionamento sull’"Italia normale". Per ora, certo, siamo ancora alle parole. Poi bisognerà vedere come si tradurranno in fatti».   Un Salvini a dimensione nazionale non potrebbe ridurre gli spazi di manovra per una destra in fase di ricostruzione? «A me non interessano le gelosie sulla destra. Ma che ci sia una destra. Tanti anni fa, nelle nostre sezioni, si diceva: perché sulla partitocrazia facciamo dire a Bossi quello che dovremmo dire noi? Poi lo stesso ragionamento fu fatto con Berlusconi e il suo anticomunismo. Ora è il turno di Salvini. Io allora penso: invece di farci le domande, cominciamo a dire direttamente noi ciò che c’è da dire!».   In questo cantiere, scorrendo anche il parterre di Palazzo Wedekind, si vedono tanti nomi della An che fu. Non si rischia il riemergere di vecchie ruggini? Non sarebbe meglio un incisivo ricambio generazionale? «Io non so se ci sono ancora le ruggini. Però, sì, manca un ricambio serio. Anche se a 50-60 anni non credo si sia affatto vecchi, è evidente la necessità di una generazione nuova. Secondo me la chiave del rinnovamento sarebbe che quanti in passato hanno avuto molto tornassero a combattere sul territorio, lasciando la prima fila ai giovani. Non so, però, quanti lo farebbero. E poi serve una guida forte per i giovani, onde evitare che scivolino malamente».   Quindi c’è bisogno di percorsi di formazione. La sua generazione li ha vissuti. Oggi sono ancora possibili o è solo utopia? «Io ci credo talmente tanto da aver messo su una testata, Il Giornale d’Italia, proprio per questo scopo. C’è bisogno di cultura, perché senza di essa il potere è destinato a perdere. Buttare al macero la propria identità in cambio di un assessorato o di un ministero è una cosa inaccettabile».

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