Politica

Adriano Sofri consulente per le carceri Il Sappe: "Schiaffo agli italiani onesti"

Intervista al segretario delle guardie carcerarie Donato Capece

Ieri mattina il Sappe, sindacato di Polizia Penitenziaria, con una nota ha espresso il suo disappunto sul fatto che Adriano Sofri, condannato a 22 anni per l’omicidio Calabresi, era stato nominato dal ministero della Giustizia tra gli esperti che avrebbero collaborato alla riforma del sistema carcerario. Da subito, si è scatenata una valanga di dichiarazioni indignate del mondo politico. Più di tutti, però, spiccava lo sconcerto di Mario Calabresi, direttore de La Stampa e figlio del commissario, e sua madre Gemma. Nel pomeriggio, il passo indietro di Sofri, con una lettera al sito del Foglio. Al tavolo, scrive, «non andrò». Il Guardasigilli Andrea Orlando aggiunge: «Non c’era nessun tipo di consulenza né di incarico retribuito».     Lui, Donato Capece, è quello che ha acceso la miccia. Segretario generale del Sappe, sindacato di Polizia Penitenziaria, ieri mattina con una nota ha protestato contro la nomina di Adriano Sofri tra gli esperti (nello specifico sul tema di cultura e istruzione) che avrebbero dovuto partecipare alla riforma del sistema penitenziario. Logico quindi che l’ex leader di Lotta Continua, nella lettera al sito web del Foglio in cui annuncia di rifiutare l’incarico stigmatizzando le «fesserie» montate su tutta la vicenda, faccia dei riferimenti proprio a Capece. «Costui – scrive Sofri - mi porta uno speciale attaccamento».     Insomma, segretario, lei ce l’ha con Sofri? «Ma per carità. Io non discuto il suo livello culturale. Piuttosto, guardo al percorso giudiziario. Sofri è stato condannato, in più sentenze passate in giudicato a 22 anni di carcere come mandante dell’omicidio Calabresi. Mica bruscolini! E poi, a dirla tutta, non è che fosse questo detenuto modello. Qualcuno pensa che il tempo cancelli tutto, ma non è così. Sappiamo bene quanti problemi ha creato al personale della polizia penitenziaria».     Possiamo andare nello specifico? «Certamente. Faccio l’esempio di Pisa. Adriano Sofri è stato detenuto lì dal gennaio del ’97 fino all’agosto del ’99, quando è uscito per sospensione della pena. Poi è rientrato nel gennaio 2000 per uscirne nel novembre 2005. In questo periodo sono redatte a suo carico dal personale di polizia penitenziaria ben 20 relazioni di servizio. Evidentemente ci sono stati da parte sua comportamenti non corretti e indisciplinati. Ma io non voglio soffermarmi tanto su questo. Lui esperto di detenzione lo è senz’altro. Essere esperti di carcere, però, è un’altra cosa. E dalla lettera del Foglio si capisce che lui non lo è più di tanto».     In che punto? «C’è un passaggio in cui fa riferimento, in maniera piuttosto generica, ai detenuti nelle "celle lisce". Quando ci sono detenuti con problemi psichiatrici, vanno messi in celle di questo tipo, dove non c’è nulla, proprio per evitare che si facciano del male. Ecco perché sono utilizzate. Ma le cose bisogna conoscerle».     Sia Sofri che il guardasigilli Andrea Orlando hanno affermato che l’incarico sarebbe stato a titolo gratuito. «Io invece so che, all’articolo 4 del decreto, sono previsti rimborsi, indennità di missione e gettoni di presenza. Nell’atto sono persino indicati i capitoli di bilancio del Ministero della Giustizia con i quali coprire le spese. Vorrei ben vedere quante persone avrebbero aderito a titolo gratuito!».     Ma Sofri dice che è tutto nato da una chiacchierata al telefono con un «autorevole giurista» e «all’adesione a una eventuale riunione futura». «Ripeto: c’è un atto ufficiale del Ministero risalente al 19 giugno scorso. Non mi pare tanto frutto di una chiacchierata».     Tutta questa bufera mediatica non rischia di svilire la funzione degli Stati Generali dell’esecuzione penale? «Certamente. Soprattutto considerando che nei tavoli ci sono persone molto qualificate. Penso a Luca Zevi, architetto, che coordinerà il tavolo sullo "spazio della pena". O ancora Gherardo Colombo, di cui tutti conosciamo l’autorevolezza. C’è anche Rita Bernardini e sappiamo bene quanto negli anni i Radicali si siano occupati della questione carceraria. Cosa ci avrebbe fatto Sofri in mezzo a loro? Peraltro, non c’è nemmeno un rappresentante della polizia penitenziaria».     Non vi siete sentiti beffati? «Assolutamente. Noi abbiamo tantissima esperienza da mettere a disposizione della politica, per migliorare le condizioni di vivibilità delle nostre carceri».     Cosa vi aspettate da questi tavoli? «Se tutti questi esperti lavoreranno in sinergia, davvero può nascere un’innovazione culturale oltre che tecnica del sistema penitenziario. Per questo la presenza di Sofri avrebbe fatto tracollare tutto. Forse è stata una svista, una leggerezza, comunque grave».     Oppure il tentativo di continuare a riabilitare un nome storico della sinistra italiana, tra i protagonisti non proprio «dalla parte giusta» negli Anni di Piombo? «Ammesso che sia così, io ricordo che uno, anche se è di sinistra, quando diventa ministro lo è di tutti gli italiani. Facendo quello che ha fatto, anche se poi c’è stata una marcia indietro, Orlando ha dato uno schiaffo alla polizia penitenziaria e a tutti i cittadini onesti».

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