Mentre Roma, intesa come presidio civico, balbetta, Parigi procede con l’impeto di un rullo compressore verso il traguardo del 2024, poco o nulla curandosi, per esercizio di stile o per accortezza strategica difficile dedurlo, del clima malsano che da tempo si respira attorno alla statua di Marc’Aurelio. A mezzogiorno in punto di martedì prossimo, 23 giugno, nella sede del Comitato olimpico francese, Anne Hidalgo sindaco e Bernard Lapasset, presidente del comitato promotore, daranno ufficialmente via libera alla candidatura della capitale per la trentatreesima edizione dei Giochi. Due ore dopo, sugli argini della Senna, al cui confronto penosa risulta l’immagine offerta dalle banchine del nostro Tevere, appuntamento per una festa collettiva aperta alla cittadinanza, piccolo antipasto della grande adunata che il 14 luglio, negli ampi spazi dei Campi Elisi, vedrà celebrate in un’unica consacrazione la memoria nazionale dell’assalto e della presa della Bastiglia e una candidatura olimpica volta a rimarcare la ricorrenza dei cento anni dalla lontana edizione ospitata nel 1924, seconda assegnata alla nazione e alla capitale transalpina dopo quella organizzata nel 1900 in concomitanza con l’Esposizione universale d’inizio secolo. Nella capitale francese, sul versante olimpico, la tempestività protocollare viaggia affiancata alla crescita progettuale: è di giorni l’annuncio della costruzione nella zona nord-est di Parigi di un nuovo complesso sportivo, battezzato Le Colisée con chiaro riferimento al romano anfiteatro Flavio, comprendente un impianto coperto da diecimila posti dato per pronto entro il 2019 e da inserire tra quelli ipotizzabili in funzione 2024. Sul piano diplomatico, il gruppo promotore della candidatura parigina ha colto l’occasione della presenza a Baku, sede in queste ore di inutili Giochi olimpici europei, di una ricca rappresentanza della dirigenza sportiva mondiale, in testa il presidente del Cio Thomas Bach, per dispensare cordialità e raccogliere consensi. Tra meno di tre mesi, il dossier francese viaggerà in direzione di Losanna, sede del Comitato olimpico internazionale. Sul fronte delle altre candidature, mentre si prevede imminente l’ingresso di Budapest come quinta città, mentre in Azerbaigian si attende la chiusura dei Giochi europei per lanciare un’eventuale candidatura di Baku – sulla cui ipotesi a nulla varrebbero, vedi il precedente di Cina e Pechino del 2008, passato agilmente in cavalleria, allarmi e critiche sulla diffusa violazione locale dei diritti civili e dei principi democratici – Amburgo ha annunciato per il prossimo mese di novembre un referendum cittadino. Boston lo effettuerà nel 2016. Roma, fermo restando quanto ebbe a dichiarare tempo addietro dal Foro Italico Giovanni Malagò, ha in programma un sondaggio tra i residenti per l’ottobre dello stesso anno. Questo, sempre che il sindaco Ignazio Marino, sul cui capo l’attualità ben altre riflessioni impone, abbia voglia e tempo da dedicare ai Giochi olimpici, che l’Assemblea capitolina si pronunci entro giugno e che il Consiglio nazionale del Coni, convocato in trasferta straordinaria il 2 luglio all’Expo di Milano, preso atto del rispetto dei «passaggi formali» mostrato dal Campidoglio, possa di tale pronunciamento, nei limiti suggeriti dalle contingenze, prendere atto, affrontando il complicato cammino che condurrà al 15 settembre del 2017, quando a Lima, dalla bocca di Thomas Bach, uscirà il nome della città designata.
Giochi del 2024: mentre la città annaspa Parigi corre spedita
Martedì la candidatura in grande stile della capitale francese
