«Non ho mai cambiato idea, sono qua per restarci fino al 2023». Suona come una minaccia, quella del sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, consapevole delle crepe, sempre più insinuose, nel colle capitolino. L’aut aut del premier Renzi «governi bene o vada a casa» è stata infatti una tale doccia fredda per il chirurgo dem da lasciare, a 72 ore di distanza, ancora i brividi addosso. E attacca Marino, ignaro del fatto che non si può governare da soli. Se a domanda diretta sulle parole di Renzi preferisce il «no comment», indirettamente risponde, eccome. «Critiche ingenerose nei miei confronti? Giudico l’intervento riuscito quando il paziente è uscito dalla sala di rianimazione, ha finalmente abbracciato medici e infermieri e subito dopo la sua famiglia. Sento vicino, proprio in questi giorni tutta la cittadinanza - ha detto - non mi sento un salvatore della patria, sono una persona che vuole amministrare bene questa città, con spirito di servizio e soprattutto non sono un uomo che vuole fare carriera». Poi un paragone infelice: «Noi abbiamo ereditato una situazione analoga a quella ereditata dal governo Monti dopo Berlusconi. Qui in Campidoglio c’erano stati i ladri e noi dovevano decidere se continuare a produrre debito o fare reset e avviare un’azione di risanamento». Non un passo indietro dunque, non una parola verso i consiglieri comunali, imbottigliati in un’impasse giudiziaria da superare soltanto con una politica consapevole e responsabile. Due i segnali attesi per decidere le prossime mosse. Il primo, il decreto del Governo per lo stanziamento di 500 milioni di euro per il Giubileo e, molto probabilmente, la nomina del commissario per la sua gestione. Previsto per oggi, il decreto di Renzi potrebbe tuttavia slittare di qualche giorno, consapevole del peso politico che avrebbe la "sostituzione" del sindaco Marino con il prefetto di Roma Gabrielli; il secondo, l’esito del sondaggio commissionato dal Nazareno sul gradimento, ovvero sulle dimissioni, di Marino. Nell’ultimo, dell’ottobre 2014, 8 romani su 10 lo avevano bocciato. L’effetto di Mafia Capitale/2 difficilmente darà risultati migliori. A tentare di gettare l’ultima ciambella i capigruppo in Assemblea capitolina, del Pd, Fabrizio Panecaldo e di Sel, Gianluca Peciola che chiedono a gran voce un cambio di passo della giunta Marino. Richieste che si rincorrono, invano, da due anni. Un cambio di passo che significa dare un senso politico all’idea di governo della città, una progettualità sociale ed economica in grado di rilanciare la Capitale. Un segnale da concretizzare con una squadra forte e coesa. Per questo, il vice presidente della Regione, Massimiliano Smeriglio (Sel) parla di choc e ricorda di quando «l’assessore alla Sanità della Puglia venne arrestato, Vendola azzerò la giunta. Non per un cambio di poltrone ma per aprire una riflessione politica interna alla coalizione». Parole paradossalmente "marziane" per il sindaco Marino che potrebbe pensare a un piano B, lasciare il Campidoglio per un posto nel Consiglio dei ministri. I grillini, intanto, affilano le armi con Alessandro Di Battista: «Il Pd vuole trovare in Marino il caprio espiatorio. Marino è inaffidabile ma il fallimento è di Renzi e deve imputarlo solo a se stesso. Marino fino al 2023? Durerà ancora una settimana». A credere in un mandato completo per il chirurgo dem sembrano essere rimasti solo il commissario Pd Roma, Matteo Orfini e il ministro Graziano Delrio. Lungimiranti le parole della presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi: «Se ci fosse la consapevolezza che con una scelta politica si può evitare la vergogna dello scioglimento della Capitale d’Italia per mafia, il sindaco e il Pd dovrebbero fare un passo indietro. Non si può interpretare un eventuale mancato scioglimento come un’assoluzione. Non si può dire: tutto a posto, non siamo inquinati. La politica deve immaginare soluzioni innovative, come ad esempio, una sorta di amministrazione controllata. Se io fossi il sindaco di Roma sarei la prima a chiederlo. Un bagno di umiltà sarebbe utile per tutti». Anche la Cgil di Roma, con Di Berardino alza bandiera bianca: «La spinta Marino è finita, continuare così non serve». Chissà se il sindaco non cambi idea sul restare fino al 2023. Del resto, contrariamente a quanto affermato lo ha già fatto. Appena eletto sindaco, nel 2013, dichiarò: «Non mi ricandido. Sarò sindaco solo per cinque anni».
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Il sindaco non molla: "Resto in Campidoglio fino al 2023. Ho trovato il caos come Monti dopo il governo Berlusconi" LEGGI ANCHE Meloni aspetta
