C olosseo moderno, lo ha definito Francesco Totti, che non è mai banale nelle sue definizioni. La nuova casa della Roma, quella che la proprietà americana ha fortemente voluto e che sta per passare dal sogno alla realtà, cerca una collocazione temporale tra le frequentazioni firmate dall'anno della fondazione ai giorni nostri. A partite da quel Motovelodromo Appio, la prima casa, per un anno appena, ma anche una breve parentesi nell'immediato dopoguerra, quando le due società capitoline stavano rimettendo insieme, faticosamente, le rovine prodotte da un conflitto folle. Ma se si vuole disegnare un quadro delle dimore fisse per i giallorossi, è chiaro che il pezzo di storia più significativo sia quello che la squadra aveva vissuto a Campo Testaccio. Progettato dall'ing. Silvio Sensi, il papà di Franco, l'impianto aveva un fascino particolare, regalava alla Roma una identità che nessun altro stadio avrebbe saputo riproporre. Tutto in legno, i fianchi delle tribune divisi in diagonale con i colori sociali, lo stesso amaranto e oro del vessillo della Capitale. Ma teatro del primo scudetto, dopo la chiusura di Testaccio, sarebbe stato quell'impianto di Viale Tiziano destinato a cambiare nome non si sa quante volte. Ma in quel lontano 1942 aveva l'etichetta PNF, Partito Nazionale Fascista. In pratica, fino a metà degli Anni Cinquanta, quando venne inaugurato l'Olimpico, lo stadio del Flaminio avrebbe ospitato Roma e Lazio, senza trovare una denominazione fissa. Intitolato dal 1949 al Grande Torino, scomparso nel rogo di Superga. Quando l'Olimpico veniva ristrutturato per il Mondiale italiano, la Roma dovette adattarsi alla dimora stagionale nello stadio tornato a chiamarsi Flaminio. Fu una bella stagione, per i giallorossi guidati da Gigi Radice, supporto di tifo garantito dalle dimensioni non elefantiache dell'impianto, fin troppo facile assicurarsi il tutto esaurito. Con la disponibilità dell'Olimpico recuperata non si sarebbero verificati ulteriori spostamenti, ma molti dei tifosi meno giovani rimpiangevano quello stadio dalle dimensioni più familiari, che garantiva un calore particolare, rispetto alla freddezza dell'Olimpico che per garantire il massimo supporto doveva presentare il tutto esaurito. Difficile proporre un censimento dei campi destinati alla preparazione, tappe brevi dall'Apollodoro degli Anni Quaranta ad altri occasionali angolini, ma Tre Fontane e Trigoria sarebbero rimaste roccaforti giallorosse, pronte ad accogliere anche le schiere dei tifosi, prima che si decidesse di blindare gli schemi e i movimenti. Per gli inguaribili assidui non poteva rimanere che l'arrampicata sui muri di cinta. Ma per la squadra del cuore, si fa questo e altro.
Storia
Dall’Appio a Testaccio tra mito e futuro