«Chi è condannato si deve dimettere immediatamente», firmato Vincenzo De Luca. Il neogovernatore della Campania, che in qualità di ex sindaco di Salerno è stato condannato per abuso d’ufficio, sospeso per via della legge Severino ma reintegrato dal Tar, queste parole le pronunciò in tempi non sospetti davanti a una platea molto particolare, per poi disattenderle clamorosamente e con tenacia oggi, rimanendo avvinghiato alla poltrona nonostante la pena inflittagli per abuso d’ufficio. Ma di frasi toste, risolute e a effetto molto poco coerenti con quelle declamate negli ultimi mesi da candidato alla regione, De Luca ne proferì più d’una. La prima, quella con ogni evidenza più eclatante, risale al 2010. Lo scenario era il congresso nazionale dell’Italia dei Valori guidato dall’ex pm Antonio Di Pietro, il quale, per le elezioni regionali svoltesi quell’anno, stilò una serie di punti da accettare come condizione per poter dare il suo assenso alla candidatura di De Luca, sceso in campo per sfidare Stefano Caldoro. De Luca salì sul palco e senza indugiare si mise a scandire con estrema chiarezza queste parole: «Sono pronto a sottoscrivere un codice etico. Anzi, dico anche ad altri che ci si devono impegnare a rispettarlo. Un codice basato su tre punti: in primis ognuno deve impegnarsi a rispettare l’autonomia della magistratura perché indaghi in piena libertà, a 360 gradi; poi che ognuno accetti di sottoporsi ai processi e non fugga; in ultimo che chi è condannato firmi immediatamente le dimissioni e vada a casa». Gli applausi, da quella sala colma di esponenti politici che col garantismo avevano poca confidenza, arrivarono a fiotti, e De Luca continuò: «Io sono un altro Sud, che combatte e non ha paura della legalità. Accetto questo codice etico e vorrei che arrivasse al Paese l’immagine di un altro Mezzogiorno (...). Questo sussulto morale e ideale sarà la nostra carta». Quelle elezioni De Luca le perse, e con esse pare anche la memoria. Pronto a dimettersi, cinque anni fa, quando la legge Severino che impone di andare a casa dopo una condanna era di là da venire, è stato lesto a cambiare opinione, coadiuvato da premier e governo, adesso che la norma sulla sospensione, definita dallo stesso De Luca «un’oscenità da cancellare», è in vigore. Ma il «nostro» è incappato anche in altre clamorose incoerenze. Nel 2005 a guidare la Campania c’era Antonio Bassolino. De Luca non era certo della sua parrocchia e gli faceva la guerra al punto che, all’apice di quello scontro, tirò fuori persino la «questione morale» di berlingueriana memoria. Nel corso della Festa dell’Unità che si svolgeva ad Agropoli (Salerno), il futuro governatore afferrò il microfono per assicurare che se nella sua terra «non si accendono i riflettori, ci troveremo di fronte a un nuova Tangentopoli (...). Vedo troppi cafoni arricchiti nel nostro partito». Negli stessi giorni, in un’intervista, si scagliò contro gli impuniti: «Vedo un delirio di onnipotenza, un senso di impunità, una tendenza oggettiva verso questa deriva». Accadeva dieci anni fa, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchio e oggi di «questione morale» De Luca non ne parla più. Probabilmente anche perché, e qui si colloca la sua terza, grande incoerenza, le liste nate in suo sostegno alle ultime elezioni regionali erano piene di cosiddetti «impresentabili». Tirare in ballo la «questione morale» sarebbe stato complicato. Ma nella sfida elettorale nel 2010, De Luca inscenò una polemica anche sul fronte liste. Quando il Popolo delle Libertà suggerì di presentare «liste anticorrotti», l’allora sfidante di Caldoro, infatti, elogiò la «proposta del Pdl», ma aggiunse che ad averne bisogno erano «soprattutto loro» perché «da noi non ci sono corrotti». Infine un De Luca molto diverso dall’attuale lo si può rintracciare nel 2011, quando di fronte ad alcune sentenze del Tribunale amministrativo regionale che gli davano torto su certe scelte fatte da primo cittadino, il futuro governatore descrisse il Tar come un organo giudiziario «patologico e penalizzante» spesso di ostacolo ai sindaci. Finché, ovviamente, nel 2015 proprio quel tipo di tribunale lo ha rimesso in sella come sindaco di Salerno e ora potrebbe persino lasciare che resti per un bel po’ governatore. In barba alla legge Severino.
Impresentabili De Luca e i giudici: dr Jekill e Mr Hyde Questione morale
Il presidente della Campania fino al 2011 invocava la questione morale Ma ora che è colpito dalla Severino si rimangia tutto per restare in sella
