Politica

Nomine imposte e diktat alle suore «Comando io o vi faccio pipì addosso»

Ipotizzata la bancarotta fraudolenta

Il crac dell’ente ecclesiastico «Divina Provvidenza» potrebbe costare ad Antonio Azzollini, senatore del Nuovo centrodestra, la custodia cautelare. La procura di Trani, che indaga sul buco finanziario di 500 milioni di euro dell’istituto che ha sede a Bisceglie, Foggia e Potenza e che ieri ha arrestato dieci persone tra cui due suore, ha infatti chiesto agli inquilini di palazzo Madama di concedere gli arresti domiciliari per il presidente della commissione Bilancio del Senato. Gli indagati, fra i quali il deputato del Psi Raffaele Di Gioia, gli ex direttori generali nonché amministratori della casa di cura e alcuni collaboratori, sono accusati di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Suor Marcella, rappresentante legale pro tempore della struttura in amministrazione straordinaria, e suor Consolata, economa della Congregazione, sono state poste ai domiciliari. Azzolini, che è indagato, come si legge nell’ordinanza di misure cautelari, «in qualità di amministratore di fatto» dell’istituto dal luglio 2009, ha affermato che si difenderà «davanti ai giudici e nelle aule parlamentari». La Finanza ha anche sequestrato 32 milioni di euro e un immobile nel quale doveva sorgere una clinica privata a Guidonia, in provincia di Roma. Secondo gli inquirenti, sia i soldi che il locale sarebbero stati intestati in modo fittizio ad altri enti ecclesiastici così da sfuggire ai creditori. Ben 350 dei 500 milioni del crac, infatti, sono classificati come debiti verso lo Stato. Nelle carte si legge che la Divina Provvidenza ormai da tempo non si prendeva più cura dei malati, ma era divenuta «facile e ghiotta preda di poteri forti e di trame politiche» dove a fare il bello e cattivo tempo era proprio Azzollini, definito «il capo indiscusso e indiscutibile dell’associazione a delinquere». Il senatore, in qualità di presidente della commissione Bilancio, avrebbe abusato «della sua qualità e dei suoi poteri» e fatto «irruzione presso la sede biscegliese della Congregazione» per imporre due suoi fedelissimi, Angelo Belsito e Rocco di Terlizzi, divenuti amministratori di fatto. In sostanza, «assumendo nei confronti di suor Marcella (…) un atteggiamento di prevaricazione» che si tradusse «nell’imposizione di assunzioni di personale e di scelte di fornitori a lui graditi», Azzollini si è assicurato «un sicuro bacino di consenso politico-personale». E a dimostrazione dell’atteggiamento del senatore, nero su bianco si legge quanto affermato da due testimoni, i quali, trovandosi nella stanza accanto a quella in cui si svolgeva una riunione, avrebbero sentito Azzollini rivolgersi a suor Marcella e ad altre religiose con queste precise parole: «Da oggi in poi comando io, se no vi piscio in bocca». Espressione che per gli inquirenti sono «emblematiche del modus operandi di Azzollini» e che rivestono una «portata intimidatoria» che «inaugura la stagione del potere azzolliniano» nella Congregazione. Secondo uno dei testimoni sentiti dagli inquirenti, Antonino Lo Gatto, ex dirigente della Divina Provvidenza, all’interno della casa di cura «si sarebbe verificato un vero e proprio "esproprio" del potere decisionale (…) attraverso una "occupazione" operata» proprio da Azzollini. Il quale, coi suoi uomini di fiducia, ha spiegato Gatto, ha messo «ko il consiglio generalizio dicendo che non si dovevano più permettere di gestire il patrimonio e gli affari della Divina Provvidenza senza il suo consenso». La sera in cui Azzollini ha messo in chiaro le cose, «le suore - ha rivelato il testimone - uscirono con le lacrime agli occhi per questa violenza che avevano subito da parte del senatore». Lo stesso Gatto ha riferito agli inquirenti che tutti gli uomini «imposti dal senatore Azzollini» anche in modo «selvaggio», venivano sempre «ossequiati». Il ruolo di Azzollini passava anche attraverso il suo peso nella commissione Bilancio di palazzo Madama. Il senatore, infatti, come riporta l’ordinanza di custodia cautelare, ha assicurato alla Congregazione «la proroga legislativa della sospensione degli obblighi fiscali e contributivi», contribuendo anche così ad aggravare «il dissesto della Congregazione» astenendosi «dal richiedere la dichiarazione di fallimento» e protraendo «la gestione costantemente in perdita dell’azienda nell’ordine di oltre 20 milioni di euro all’anno».

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