Il Pd si riunisce per fare il punto dopo dieci giorni ad alta tensione tra la vittoria mutilata delle regionali e la seconda tranche dell’inchiesta su Mafia Capitale. Il clima fuori dal Nazareno è subito incandescente con le proteste fuori dalla sede del Partito democratico all’arrivo dei primi esponenti. Il grido «vergogna, vergogna» ha accolto il sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, l’ex segretario Guglielmo Epifani e il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Renzi appena prende la parola entra subito nel cuore dei problemi. Per prima cosa difende il sistema delle primarie ricordando che «delle 7 candidature nessuna proveniva dalle primarie del 2012 con me e questo è positivo. Le primarie si discutono il giorno prima e non il giorno dopo scappando con il pallone». Anche la sua analisi del voto è chiara: «Abbiamo 17 regioni su 20 ed è difficile spiegare che abbiamo perso le elezioni, tutto il Sud è nelle nostre mani. La discussione dovrebbe essere sul perché abbiamo perso in due regioni». Il premier contesta il «pallottoliere» di chi parla di una perdita di voti rispetto al 2014. «Nel 2014 abbiamo perso città simbolo come Padova, potenza, Livorno, Perugia, ma su cosa facciamo il conto sulle europee o sulle amministrative? Non si possono mischiare le mele con le pere. Questo partito deve capire che non esiste più il voto di rendita». Quanto alle opposizioni Renzi delinea tre profili, ammonendo di non sottovalutare nessuno. «La destra è viva, anche se sta discutendo al suo interno, è una destra che è guidata numericamente da un leghismo di ritorno che non ha casa in Europa ma ha casa in Italia, sferra un attacco insidioso ma ha tentato anche di sfondare sull’economia. Poi c’è una sinistra che, viste le facce, preferisco chiamare asociale, auguri se qualcuno pensa che il futuro sia con Scalzone e Piperno. Questa è l’ideologia più lontana dalla realtà. La terza opposizione è quella di Beppe Grillo che dice che ha vinto le elezioni ma sono arrivati solo terzi». Passando all’azione di governo chiede che gli venga riconosciuto di aver allungato l’orizzonte temporale della Legislatura che Letta aveva «misurato» in due anni prima di tornare al voto. Quanto alla scuola, «non ho un problema sui numeri, se vogliamo approvare la riforma della scuola potremo farlo domani mattina». Stesso discorso sulle riforme costituzionali: si va avanti, sono necessarie, ma la porta al dialogo resta aperta, perché per l’Italicum non sono indispensabili, ma è meglio vararle per evitare un corto circuito. Quanto al Pd, non deve «guardare solo il nostro ombelico» e nemmeno considerare la comunicazione uno strumento demoniaco perché sarebbe servito a raccontare meglio quanto fatto. Neanche una parola su Mafia Capitale né sulla riorganizzazione interna del Pd. Liquida l’argomento corruzione con la frase «chi dice siamo tutti uguali è il principale sponsor dell’impunità».
Renzi preferisce fare finta di niente
Il premier-segretario non parla di Mafia Capitale e di riorganizzazione del partito
