L'Europa annega in un mare di burocrazia i paesi che affrontano in prima linea il problema immigrazione. Italia e Grecia restano da sole. E' tutta una questione d'agenda che rimanda nel tempo qualsiasi decisione sulla redistribuzione dei profughi. L'accordo Ue su questo tema è ancora lontano e, nonostante le belle parole spese dal governo italiano sul problema, i 28 Stati dell'Unione rimandano al prossimo semestre qualsiasi decisione. I clandestini che negli ultimi mesi sono arrivati sulle coste meridionali del Vecchio Continente restano così senza destinazione. Bloccati dalle divisioni fra i ventotto. Il "no" di alcuni paesi non rendono possibile una decisione in seno al Consiglio Affari interni di martedì prossimo. Tutto sarà rimandato a data da destinarsi: è quanto fanno sapere fonti comunitarie. I ministri degli Interni si incontreranno il 16 giugno a Lussemburgo per esaminare la proposta legislativa presentata dalla Commissione europea. Come informa il portavoce della presidenza di turno lettone: "Ci sarà un ampio dibattito politico sull'agenda europea sull'immigrazione e uno scambio di vedute sugli aspetti legati ai rimpatri, compreso lo stato dell'arte sui negoziati in corso. Dopo quella fra i ministri, si terrà una discussione anche al Consiglio europeo di giugno, che darà le linee guida per l'ulteriore lavoro da fare sul testo". Il tema più controverso dell'agenda è proprio quello della redistribuzione obbligatoria di 40 mila richiedenti asilo da Italia e Grecia agli altri paesi, secondo criteri di collocamento che tengono conto di una serie di fattori nazionali. Dopo la discussione dei ministri degli Interni e dei capi di Stato e di governo, ci sarà un nuovo lavoro a livello tecnico sotto la presidenza lussemburghese (che prenderà il testimone da quella lettone il prossimo primo luglio, ndr). Intanto tutto resta fermo, immobile. Nessuna urgenza, almeno da Bruxelles. Le reazioni dall'Italia. Una gestione europea del fenomeno migratorio "non è un aiutino all'Italia ma una medicina straordinaria per la malattia dell'Ue". Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, partecipando alla tavola rotonda "Quale Europa per il futuro" organizzata dalla Fondazione Craxi a Villa madama, ha affermato: "L'immigrazione è un "fenomeno permanente" che "non va risolto ma gestito", ha sottolineato il titolare della Farnesina. "Ci sono tante cose da fare, dai paesi d'origine all'accoglienza, ma il punto è se l'Europa è in grado di battere un colpo. Se lo fa, dimostra di avere una vitalità su cui ancora investire, altrimenti dimostra che la via del declino è molto pericolosa", ha concluso Gentiloni. E' invece interventista la linea dettata dal neogovernatore della Liguria, Giovanni Toti. "Se l'Onu e l'Ue sono bloccati, se non interviene nessuno, dobbiamo intervenire con strumenti nostri. Non si tratta di invadere la Libia, ma creare campi umanitari sulle coste libiche ed affondare le barche sulle spiagge. L'Italia può intervenire da sola o con chi vuole partecipare: non è mica la prima volta che una coalizione di volenterosi interviene. Usiamo la Marina militare, invece che un traghetto, per bloccare l'esodo e creiamo delle zone sicure sulle coste d'Africa. Mi auguro che intervengano l'Europa, l'Onu o anche l'alleanza intergalattica, ma se non intervengono e le istituzioni internazionali restano paralizzate, l'Italia ha il diritto sacrosanto di difendere i suoi confini con gli strumenti tipici di uno Stato sovrano".
Per la Ue i profughi sono un problema dell'Italia
Nessuna redistribuzione, Bruxelles rimanda qualsiasi decisione al prossimo semestre
