Al Nazareno tira un brutta aria. Aria di paura. L’inchiesta su Mafia Capitale e la seconda maxiretata che ha portato all’arresto di 44 persone e all’iscrizione nel registro degli indagati di altre 21 si sono abbattute come uno tsunami sul Pd. La conferenza stampa di Matteo Orfini dopo il vertice d’emergenza con il sindaco Ignazio Marino, il governatore Nicola Zingaretti, l’assessore alla Legalità Alfonso Sabella e i vicesegretario nazionali Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani ha ribadito la linea della resistenza. Niente dimissioni del primo cittadino. Concetto ribadito ieri dal ministro Marianna Madia, grande accusatrice due anni fa della guerra fra correnti che ha portato a quel partito «cattivo e pericoloso» di cui parla Fabrizio Barca nell’ormai famosa relazione. Ma le incognite sono tante. C’è incertezza, ad esempio, sugli sviluppi futuri dell’inchiesta. Si naviga a vista, si va avanti con Marino ma nessuno può prevedere gli scenari futuri, con magari nuovi politici indagati o colpiti da provvedimenti restrittivi. Viceversa, in caso di dimissioni, al Nazareno c’è grande timore per le eventuali elezioni nella primavera del prossimo anno. Tra il malcontento dei romani verso Marino e il Pd e il voltastomaco in città per ciò che sta emergendo dall’inchiesta, la paura di perdere Roma per consegnarla al MoVimento 5 Stelle è grande. Gli eventuali pretendenti al soglio capitolino - Alessandro Di Battista o Alfio Marchini, sul quale, oltre a FI e una parte di Ncd, starebbe pensando di convergere anche Matteo Salvini - fanno paura. La linea quindi è far quadrato attorno a Marino, aspettando gli sviluppi dell’inchiesta della procura e nel frattempo studiare un piano B. È chiaro che quando a fine luglio il prefetto Gabrielli invierà al Viminale la propria relazione sulla Capitale si apriranno due scenari. Il primo non contempla lo scioglimento del Comune per mafia per mancanza di requisiti. Il secondo prevede invece l’impossibilità di evitare il commissariamento, nel qual caso il sindaco potrebbe essere sacrificato prima dello scioglimento per evitare l’onta di una Capitale commissariata per mafia alla vigilia del Giubileo e della candidatura olimpica. L’Anno Santo e il sogno a cinque cerchi sono del resto i motivi che tengono al momento in sella Marino. Eppure il premier e segretario Matteo Renzi a un piano B sta già pensando. Che la situazione possa precipitare da un momento all’altro è nei fatti. Nel medio periodo infatti non tutto potrebbe rimanere nel pieno controllo della giunta capitolina. Non si può escludere che gli sviluppi dell’inchiesta coinvolgano altri consiglieri. Né che il Campidoglio possa sentirsi completamente al riparo dall’ipotesi scioglimento. Come extrema ratio, l’exit strategy di Renzi contempla le dimissioni di Marino per azzerare il partito romano e ripartire con un candidato civico non targato Pd ma identificabile col premier. Il sogno si chiama Giovanni Malagò, al quale il Campidoglio sarebbe stato anche proposto, anche se il diretto interessato ha subito chiuso pubblicamente la porta dicendo che è più facile avere una finale di Champions tra Roma e Lazio che vederlo sindaco. La paura è che nell’elettorato romano si cristallizzi il binomio Pd-Marino e, soprattutto, Pd-mafia che farebbe perdere migliaia di voti. Di qui l’esigenza di trovare un candidato forte in grado di ricompattare corpi intermedi, mondo economico e classi sociali della Capitale. Anche per questo, è partito tra i Dem uno scouting informale sulle personalità che sarebbero più in grado di condurre una corsa vittoriosa per eventuali elezioni. Nessu nome ancora. Anche se i parlamentari renziani sognano il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, già capo di gabinetto del sindaco Rutelli, e il ministro degli Esteri Roberto Gentiloni, assessore capitolino negli anni d’oro del centrosinistra. Nel frattempo Renzi deve fare i conti con un partito che sembra un centauro: metà uomo e, sui territori, metà animale. C’è il caso del Pd di Roma, ma anche di De Luca in Campania con la spada di damocle della legge Severino e la querelle sugli impresentabili scatenata da Rosy Bindi. Lunedì sera Renzi prenderà una posizione forte sul caso della Capitale e sulla riorganizzazione del partito che a livello locale si basa molto sul sistema cooperativo e spesso clientelare. L’obiettivo è rottamare definitivamente una classe dirigente diventata renziana per puro comodo, per continuare a gestire in modo discutibile e a proprio piacimento il proprio potere sul territorio. Una classe dirigente bocciata dagli elettori: alle ultime regionali il Pd ha perso due milioni di voti. Una colpa che Renzi non imputa alla linea di governo, ma ai partiti locali che di cambiare verso proprio non hanno voglia. Lunedì il segretario farà il punto con i suoi, per poi, alle 21 presentarsi in direzione e affondare.
Renzi non sa che fare Ma sogna Malagò al posto di Marino
