Politica

Il rottamatore che non vedeva

Orfini ha sempre sostenuto Tassone

Ieri Matteo Orfini a un certo punto se l’è presa pure con i servizi segreti. Ma chissà che non si sia pentito, in cuor suo, di aver convocato quella dannata conferenza stampa al Nazareno. Proprio in quell’occasione era allo stesso tavolo con Andrea Tassone, l’ormai ex presidente del Municipio di Ostia finito ieri agli arresti domiciliari nella seconda ondata dell’inchiesta su Mafia Capitale. Anche perché ora le conseguenze politiche di quella scelta potrebbero essere devastanti. Una foto, quella del 18 marzo, dal significato politico molto particolare: in quell’occasione, infatti, Tassone stava comunicando le proprie dimissioni, reputando «non più sostenibili le infiltrazioni mafiose all’interno della macchina amministrativa municipale».   IL TRANELLO POLITICO Orfini, «inviato» da Matteo Renzi a rottamare il Pd romano dopo gli scandali di Mafia Capitale 1, si è subito prodigato: ha accolto il richiamo di Tassone, ed ha perfino inviato qualche stilettata al sindaco Ignazio Marino, sposando la tesi secondo cui il primo cittadino non aveva dato ascolto agli allarmi arrivati. «Il X Municipio è quello con il più alto rischio di infiltrazioni mafiose – diceva il 18 marzo scorso Orfini, seduto al tavolo con Tassone - Non possiamo più aspettare i tempi di una gestione ordinaria. C'è bisogno di una presenza politica più forte. Solo a queste condizioni il presidente Tassone può tornare indietro sulla sua decisione. Ad Ostia c'è la mafia, punto». LA GIUNTA DI LEGALITÀ I magistrati, come se non bastasse, hanno trovato collegamenti fra, la «mafia» di Ostia, quella dei Fasciani e dei Spada, e la «mafia capitale» di Buzzi e Carminati. Ieri, il senatore Pd Stefano Esposito (commissario Pd su Ostia) ha detto di Tassone: «Quando lo abbiamo fatto dimettere non c’era soltanto una valutazione politica, ma anche una dettata dalla poca chiarezza degli elementi messi a disposizione. Confermo la giustezza della mia valutazione». Eppure in quei giorni le letture sembravano essere altre: la lettera di Renzi, i complimenti reciproci che arrivavano da una parte all’altra del Pd, opinionisti che incensavano il minisindaco. Addirittura a un certo punto l’ipotesi di una super giunta municipale (con la presenza di esponenti nazionali) alle dipendenze dello stesso Tassone. Poi il 24 marzo, una settimana dopo la conferenza del Nazareno, cambia qualcosa: Esposito chiede le dimissioni definitive del presidente, Marino conferma l’invio sul litorale dell’assessore-magistrato, Alfonso Sabella e prospetta l’invio di un commissario esterno. COMANDANTE TRASFERITO In quei 6 giorni di interregno, Tassone fa però in tempo a ottenere, con il benestare di Orfini e di Marino, la «rotazione» del Comandante dei vigili urbani di Ostia, Roberto Stefano. Proprio lui che stava indagando sul minisindaco e che, a quanto sostiene il Senatore Andrea Augello (Ncd), gli aveva perfino notificato un provvedimento della Procura. LO SCONTRO CON IL M5S Un punto, quello su Ostia, segnato indubbiamente dal Movimento 5 Stelle, da due mesi in guerra con il Pd. Prima le accuse arrivate dai democrat per un link con una frase di Di Battista condiviso su Facebook da un presunto esponente del clan Spada; poi il duro scontro di martedì sera a Ballarò fra Matteo Orfini e Luigi Di Maio. Il video è diventato virale, con il commissario Pd che dice: «Fate le stesse richieste della mafia», e il grillino che risponde: «Ci siete voi in Mafia Capitale! Ci siete fino al collo». Appunto.

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