Per Matteo Renzi ora viene la parte più difficile. Per oltre un anno il premier ha vissuto una sorta di luna di miele con un Paese che, ammaliato da un riformismo caotico e psichedelico ma evidentemente convincete - ma solo fino a un certo punto - gli ha consentito praticamente tutto, premiandolo alle europee dello scorso anno anche per mancanza d’alternativa. Il resto lo ha fatto la politica: Renzi praticamente non ha avuto oppositori, né all’interno del Pd - con la minoranza in stato confusionale dopo le primarie dell’8 dicembre 2013 e tutti gli altri lesti a salire sul carro del vincitore - né nella maggioranza di governo, né tantomeno all’opposizione, con i grillini inconcludenti e Berlusconi arroccato sul Patto del Nazareno fino all’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Oggi però è tutta un’altra storia. Le condizioni generali sono cambiate. Renzi ostenta sicurezza: «Cambio il partito e il governo va avanti fino al 2018 facendo tutte le riforme», è l’assicurazione data ai suoi. Difficile capire se sia ottimismo o se il premier non si stia rendendo conto della situazione. Renzi oggi è più debole. Lo è al governo: le sue riforme o non sono decollate o hanno lasciato sul campo morti e feriti, con i corpi intermedi del Paese che da tempo hanno voltato le spalle all’esecutivo, seguito alle ultime regionali anche dagli italiani. Il Pd ha perso in un anno 2 milioni di voti, passando dal 40,8% ai livelli delle segreterie di Franceschini o Bersani. Per questo Renzi è più debole anche all’interno del Pd, un partito dagli umori assai mutevoli e avvezzo ai ribaltoni. La sinistra interna oggi è più forte e, pur non meditando per ora scissioni, è decisa a condizionare Renzi che davanti a sé ha due opzioni: tirare dritto trattare. Sceglierà la prima. Ma a che prezzo? L’obiettivo della minoranza interna - che potrebbe saldarsi con pezzi di maggioranza e di opposizione - è l’esatto contrario: fermare il renzismo già bocciato dalle urne costreingendo il premier-segretario a cambiare tanto la linea del governo quanto quella del partito. A partire dalle riforme. Le battaglie decisive si combatteranno tutte al Senato, dove aspettano di approdare in Aula la riforma della scuola e il ddl costituzionale. Secondo la sinistra Dem la «Buona Scuola» non è così buona né per gli insegnanti, né per gli studenti, né per i genitori: il calo di consensi va ascritto anche al malcontento prodotto nell’elettorato di sinistra sia dalla riforma della scuola che dal Jobs Act. Un calo di consensi non compensato dallo sfondamento al centro. Per questo il primo obiettivo è cambiare la riforma scolastica. Per quanto riguarda le riforme costituzionali, invece, la madre di tutte le battaglie si chiama Senato elettivo, una modifica al ddl su cui la sinistra Pd può trovare ampie convergenze a Palazzo Madama e da quelle partire per apportare ulteriori modifiche al testo. Perché l’obiettivo vero è un altro: costringere Renzi a dover trattare su tutto, rendergli la vita impossibile fino a convincerlo a modificare un Italicum che non piace più a nessuno, apportando un’unica ma fondamentale modifica: cambiare la parola «lista o partito» con «coalizione». Un obiettivo che vedrebbe d’accordo tutta la sinistra, ampie frange della maggioranza di governo e, soprattutto, Forza Italia, a una parte della quale Renzi potrebbe essere costretto a chiedere soccorso per salvare le riforme. Ma in politica tutto a un prezzo. C’è poi un ultimo scenario, quello meno probabile: che in una delle tante fiducie che Renzi sarà costretto a mettere al Senato, la minoranza Dem lo faccia cadere per tentare un ribaltone che porterebbe Delrio od Orlando a Palazzo Chigi.
E ora per Renzi si prepara il "campo minato" del Senato
La sinistra Pd pronta alla guerra su scuole e riforme
