I numeri a volte sono lapidari, altre volte vanno interpretati. Così se è vero che il Pd le regionali le ha vinte 5-2 è altrettanto vero che, pallottoliere alla mano, le ha anche perse. Perché l’emorragia di voti è impressionante, anche nelle Regioni rosse. Il premier e segretario Matteo Renzi ostenta sicurezza. Si fa fotografare mentre, a spoglio in corso, gioca alla Playstation con Matteo Orfini. Manda i suoi pretoriani Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani in conferenza stampa a spiegare i perché e i per come della debacle ligure; in missione in Afghanistan, ignora ogni commento sul voto fino a metà pomeriggio quando superficialmente osserva: «Il risultato è molto positivo. Oggi sono cinque le Regioni guidate dal Pd. Si è passato dal 6-6 a un sonoro 10-2 sul centrodestra. Dopo il voto di ieri andiamo avanti, dunque, con acnora maggiore determinazione nel processo di rinnovamente del partito e di cambiamento del Paese». La realtà è ben altra. Vero è che Renzi, da quando è segretario, ha incassato il successo alle europee e le vittorie in Abruzzo, Sardegna, Emilia Romagna, Calabria e Basilicata, prima del 5-2 di domenica. Altrettanto vero è però che quello che poteva essere un trionfo si è trasformato in una delusione. Guerini e Serracchiani puntano l’indice contro Civati, Pastorino e Cofferati, contro chi, cioè, ha consegnato la Liguria al centrodestra per «costruire nuovi equilibri politici». Un’analisi semplicistica e sbagliata. Chi ha sentito Renzi lo definisce più deluso che infuriato. Deluso della sconfitta in Liguria, ma anche del fotofinish in Umbria. Il partito del non voto ottiene il 50%, mentre gli italiani che vanno a votare bocciano la linea politica renziana. Il Pd avrà anche cambiato verso, ma in pochi sono convinti che sia quello giusto. Vengono premiati i governatori non renziani e bocciati i candidati più vicini al segretario, Raffaella Paita in testa. Il Partito della Nazione che piace tanto al premier ha una chiara e inequivocabile vocazione maggioritaria. Un errore che fece anche Veltroni e che ora Renzi sta ricommettendo. L’Italia avrà pure imparato a essere bipolare, ma non bipartitica. Risultato, anche il segretario inciampa sulle regionali fatali al Mago Walter. Il Pd indietreggia: perde migliaia di voti e a livello nazionale passa dal 40,8% delle europee al 28%. Un salto indietro di oltre 12 punti. «Siamo tornati al Pd di Franceschini, a quello del dopo Veltroni», sentenzia un alto dirigente Dem. La presunzione di autosufficienza politica e culturale del renzismo, certificata nella nuova legge elettorale, viene così bocciata dagli elettori. La politica di Renzi, poi, ha mirato in questi mesi a mortificare la propria sinistra interna nella certezza che il Pd potesse crescere al centro. Una strategia perseguibile attraverso una politica di allargamento organico della base del consenso coinvolgendo la maggioranza di governo. Ma Renzi ha preferito battere un’altra strada: cancellare dal vocabolario legislativo la parola «coalizione» per dare legittimazione alla «lista» o al «partito», nella certezza che il Pd - depurato della sinistra - potesse lanciare un’Opa sugli elettori di Forza Italia. Previsione sbagliata: gli elettori di FI hanno votato FI o Salvini, in molti non sono andati a votare. Ma non hanno certo portato consensi al Pd che anzi deve ringraziare l’astensionismo, altrimenti le regionali si sarebbero davvero trasformate in una Waterloo o in una Caporetto. Del resto, il 40,8% delle europee era un dato drogato dall’assenza di un’alternativa di governo al Pd: col centrodestra balcanizzato, frammentato, scisso e la Lega debole la sfida un anno fa fu tra Renzi e la protesta grillina. Con una proposta di governo credibile e alternativa la musica cambia: Veneto, Liguria, Umbria e Campania lo dimostrano. Il bipolarismo è ancora tra centrodestra e centrosinistra, non tra governo e antigoverno. Per questo Renzi dovrà correggere strutturalmente la linea democratica, per creare un centrosinistra in grado di mettere insieme decisione e partecipazione. Ora per il premier-segretario viene il difficile. Con una sinistra interna ringalluzzita e decisa a giocarsi fino in fondo le proprie carte e un Italicum che sta finendo per rivelarsi un boomerang prima ancora di venire usato, Renzi sarà costretto a trattare, a partire dalle riforme costituzionali e dalla riforma della scuola, entrambe attese dall’esame di un Senato pronto a trasformarsi in un Vietnam. Gli elettori di fatto hanno bocciato un riformismo caotico, psichedelico, fatto di annunci e provvedimenti controversi che hanno tagliato i ponti tra governo e corpi intermedi. Oltretutto, nel Pd si stanno generando i primi anticorpi a Renzi. Alle fiere reazioni di Rosy Bindi, fanno seguito le uscite di Michele Emiliano - che apre la giunta pugliese ai pentastellati - e di Enrico Rossi, entrambi a spiegare imbarazzati che no, il loro segretario non li ha chiamati per fargli i complimenti e che comunque loro sono governatori, come tali autonomi sulla linea politica e di governo. Se le cose dovessero precipitare, da Bari potrebbe partire l’ffensiva antirenziana. Oggi sono tutti col segretario. Ma pronti domani a sostenere una visione neoulivista dell’architettura politica del centrosinistra. Altro che vocazione maggioritaria.
Renzi salvo grazie all’impresentabile De Luca. E a De Mita
Sconfitte le fidatissime del segretario Moretti e Paita. Volano i «vecchi». Ciriaco ha portato l’Udc da Caldoro al centrosinistra LEGGI ANCHE De Luca e quelle affinità con gli ex Forza Italia
