Politica

Grillo perde 2 milioni di voti. «Vittoria!»

MoVimento in picchiata rispetto alle consultazioni precedenti Ma il leader fa l’arrogante: «Prestissimo il tacchino Pd sarà cotto»

Nel «giorno dopo elettorale», l’emotività è nemica della scientificità e quest’ultima, spesso, non sempre coincide con il dato politico. Ai tre aspetti ne va aggiunto un quarto, cioè che le elezioni regionali risentono anche di una certa territorialità per quanto, stavolta, abbiano avuto una forte iniezione nazionale. Tutti questi ingredienti occorre mescolare per provare a cucinare l’analisi della performance elettorale del Movimento Cinque Stelle. Dal primo punto di vista, l’entusiasmo, fa certamente fede il ringraziamento via web di Grillo, nel suo solito stile. Promette che, alle politiche, il «tacchino del Pd» sarà cotto al forno. Sempre la prossima volta, dunque, un refrain che ormai va avanti da due anni. A queste parole si affiancano quelle di Luigi Di Maio, tra gli esponenti più in vista del Movimento, che ha definito la creatura grillina «di sana e robusta costituzione». Tali gioie sono un po’ giustificate e un po’ no. Quando un partito, nelle percentuali, si piazza bene (e il M5S si è piazzato bene) siamo di fronte ad un risultato politico considerevole. Medaglia d’argento sul piano complessivo nazionale, con alcuni posizionamenti illustri sul territorio. Per il candidato presidente, i Cinquestelle sono giunti secondi nelle Marche e in Puglia, alle spalle delle rispettive coalizioni piddine. Terzi in Veneto, avanti a Flavio Tosi che aveva iniziato la sua corsa con le più ampie velleità. Anche per quanto riguarda le percentuali di lista si sono tolti molte soddisfazioni. Praticamente ovunque, tranne in Campania, superano Forza Italia e staccano la Lega in Liguria, Umbria e Marche (e Puglia, considerando l’esordio, non proprio roseo, di «Noi con Salvini»). Questi numeri, dunque, in relazione alle performance degli altri competitori in campo, assumono una certa importanza. Che aumenta tenendo in considerazione la scarsa partecipazione di Beppe Grillo in questa campagna elettorale. Fin qui, le rose. Le spine arrivano quando l’Istituto Cattaneo, rielaborando i dati del ministero dell’Interno, esegue una comparazione dei risultati elettorali dell’altroieri nelle 7 regioni in cui si è votato rispetto a quelli conseguiti nelle politiche 2013 e nelle europee dell’anno scorso. Registrando un esito positivo soltanto per la Lega Nord. E negativo, a vari livelli, per le altre forze politiche. Ecco cosa scrive a proposito del Movimento 5 Stelle. «Ha ridotto i propri consensi di circa il 60% rispetto all’exploit delle politiche del 2013, ma anche rispetto alle europee del 2014 (-40,4%), quando già avevano fatto registrare un cospicuo arretramento». L’Istituto Cattaneo spiega che «in valore assoluto questa variazione si traduce in una concentrazione di voti pari a -1.956.613 rispetto alle politiche e -893.541 rispetto alle europee». A scapito dei buoni piazzamenti, nel report si legge che «da un lato il partito di Grillo non riesce a capitalizzare le difficoltà degli avversari in alcuni contesti apparentemente favorevoli, ad esempio in Campania, dove il caso dei candidati ‘impresentabili’ segnalati dalla Commissione Antimafia lasciava forse presagire un risultato più brillante. Tutto ciò si coglie meglio andando ad approfondire le percentuali dalle tabelle del report, regione per regione. In Liguria, dove la lista del M5S domenica è andata meglio rispetto alle altre regioni, siamo a -40,4 rispetto al 2014 e -59,9 rispetto al 2013). Nelle Marche, altra performance felice, siamo al -48,6 rispetto al 2014 e addirittura al -66,4% in raffronto alle politiche del 2013. In Veneto, poi, c’è il calo più consistente se si guarda alle ultime elezioni politiche, che si svolsero in un contesto particolare. Allora, infatti, il «modello Nord Est» dell’impresa stava attraversando gli anni più bui della crisi, tra calo della domanda e il carico fiscale imposto da Monti. In molti, di fronte ad una Lega Nord pre Salvini indebolita dagli scandali, videro nel M5S una nuova luce. Ora affievolita, visto che il consenso dei grillini si è ridotto del 75,2%. Dati impietosi dunque ma di fronte ai quali, lo afferma l’Istituto Cattaneo, «non deve essere sottovalutata la capacità del Movimento di consolidare la propria presenza nell’arena elettorale difficile delle regionali». Un ulteriore ragionamento su cosa si basi questo «consolidamento», però, va fatto. Anche in questo caso, alcuni elementi vanno messi in fila. Il cambio delle dinamiche all’interno del centrodestra, dove siamo in un momento di transizione per la leadership e di spostamento della «trazione» da Forza Italia alla Lega. Nel Pd, gli ultimi mesi hanno visto uno scollamento tra Renzi e quel mondo «di sinistra» che ne fa parte, e ora evidentemente se ne sente escluso. Quel mondo fino a un anno e mezzo fa espresso dalla «ditta» bersaniana di nostalgie diessine. Da ultimo, gli scandali che hanno percorso in lungo e in largo le regioni, le mutazioni allegre del quadro politico con alleanze improbabili o divisioni dolorose (esempi più lampanti in Liguria, Marche, Campani, Puglia o anche il Veneto). Tutte circostanze che creano sfiducia, disorientamento, se non proprio rifiuto verso la classe dirigente. In ciò, sia l’astensionismo sia il voto di protesta sono senz’altro due sbocchi logici e naturali. Ammesso che il consenso del M5S esiste, e nessuno lo nega, il rischio è che sia ancora un consenso «di riflesso», non basato sulla forza di una propria proposta politica. Per questo, affermare che la maturità politica sia avvenuta sarebbe ancora un azzardo.

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