Il «Partito dei Moderati» batte il Partito Democratico. Sommando i voti ottenuti dalle varie forze di centrodestra, compresi quelli raccolti dalle cosiddette «liste del presidente», oggi una coalizione che andrebbe dall’Area Popolare di Angelino Alfano ai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, passando ovviamente per Lega Nord e Forza Italia, si attesterebbe intorno al 35% dei voti espressi. Se poi a questo dato si aggiungesse anche il risultato della lista «Oltre con Fitto» in Puglia, la percentuale sfiorerebbe il 37%. A tre punti dal quorum da raggiungere per il premio di maggioranza secondo l’Italicum e ben oltre, comunque, del 28,3% - approssimato per eccesso - su cui potrebbe contare il Partito Democratico di Renzi. Calcolato anch’esso con il supporto dei listini dei presidenti. Si tratta, ovviamente, di un’operazione spericolata. Trarre indicazioni nazionali da un voto locale - per quanto esteso a ben sette regioni - è sempre molto rischioso. Le logiche elettorali in questo caso rispondono a dinamiche singolari e irripetibili, conta spesso più il radicamento territoriale e il carisma dei singoli candidati piuttosto che il voto d’opinione. Eppure, almeno tendenzialmente, il dato è significativo. Perché il centrodestra - in uno dei momenti più complicati della sua storia e con un avversario come Matteo Renzi considerato fino a domenica sera imbattibile - continua a essere maggioranza nel Paese. Attende solamente un leader in grado di riorganizzarlo. Berlusconi - che da mesi insiste sulla federazione modello Partito Repubblicano Usa - vorrebbe recitare questo ruolo, Salvini al contrario lo reclama per sè, ma al di là della disputa su chi abbia le maggiori capacità di federatore, c’è una larghissima fetta di elettorato che non si è fatta sedurre dal presidente del Consiglio nonostante la sua speranza di «sfondare» a destra. Insomma, se fino ad ora si riteneva che Renzi vincesse a mani basse perché non aveva avversari, stavolta lo schema va aggiornato. Il premier continua ad avere la meglio solo grazie alle divisioni degli avversari. Che, infatti, nelle regioni in cui si presentano uniti (Campania, Liguria, Umbria, Veneto) sono sempre competitivi e vincono in due casi su quattro. Fin qui la teoria. La pratica è assai più complessa. Innanzitutto perché il quadro è ancora troppo «liquido» per ipotizzare cosa possa accadere di qui al 2018, data ipotetica delle elezioni Politiche. Nulla vieta di pensare, ad esempio, che lo stesso Pd Democratico scelga di «federarsi» con le forze alla sua sinistra o con altri partiti centristi. Ma lo scoglio principale al ritorno di un centrodestra vincente è costituito soprattutto dalle posizioni dei vari protagonisti. Area Popolare, innanzitutto. Stando ai dati elaborati da Il Tempo , oggi una forza moderata avrebbe la meglio sul Pd anche senza contenere gli alfaniani, assestandosi tra il 30 e il 32%. Ma è chiaro che l’apporto del centrodestra oggi «governativo» consentirebbe di mettere il risultato ancora più al sicuro. I due ostacoli a un’ipotesi del genere sono però sia il veto messo da Matteo Salvini ad Angelino Alfano, sia le tante e profonde spaccature presenti all’interno della stessa Ap. Il voto di domenica, ad esempio, è stato analizzato in tre maniere diverse da tre esponenti di spicco del partito di Alfano. Per Nunzia De Girolamo è il segnale della necessità di uscire dal governo per ricreare il vecchio asse con Forza Italia («altrimenti io vado via» è stato l’ultimatum dell’ex ministro dell’Agricoltura). Per Beatrice Lorenzin la permanenza al governo è fuori discussione. Per Gaetano Quagliariello è l’ora di aprire una riflessione sul futuro, a patto che Salvini faccia cadere i suoi veti. Salvini, appunto. Il leader della Lega reclama a suon di numeri la leadership della coalizione. L’atteso sorpasso ai danni di Forza Italia c’è stato (secondo i calcoli de Il Tempo , la Lega si attesta intorno al 14,5% a livello nazionale, gli azzurri inseguono al 13,3), ma per certi versi è stato meno eclatante di quanto ci si potesse aspettare. Il Carroccio, peraltro, nonostante gli sforzi del leader, resta ancora un partito sbilanciato a livello territoriale. Fortissimo al Nord, ora decisamente forte anche al Centro, continua a faticare al Sud, se è vero che in Campania non è stata neanche presentata una lista e che in Puglia Noi con Salvini si è fermata al 2,3%. Ultimo capitolo, quello dell’astensione. Silvio Berlusconi continua a sostenere che tra i «non più votanti» sia maggioritaria la fetta di chi, in passato, aveva sostenuto il Popolo delle Libertà. È un’analisi attendibile anche se lo studio dei flussi elettorali sottolinea come, in quest’ultima tornata, a ingrassare le file dell’astensione siano stati soprattutto piddini e grillini delusi. Chi ha lasciato Forza Italia, per lo meno domenica scorsa, ha in genere votato Lega piuttosto che restarsene a casa. Cionondimeno, la marea dei «delusi», ormai un elettore su due, è il vero campo di sfida per la politica del futuro. E con un Salvini ai massimi storici, l’ala più «moderata» della coalizione ha forse maggiori margini di espansione. La sfida per la leadership, insomma, è tutt’altro che finita.
Centrodestra in crisi? No, vale più di Renzi
Se i «moderati» si federassero sfiorerebbero il 40% INTERVISTA/1 Toti: Basta immigrati in Liguria -INTERVISTA/2 Fitto: Letale dividersi -
