Politica

Il portavoce dei rom: basta campi, dateci case

Parla Stasolla: soldi buttati e problemi irrisolti

«I campi nomadi vanno chiusi, subito, la situazione è esplosiva e sinceramente non so perché ancora il sindaco Marino non abbia proposto soluzioni alternative, questo silenzio istituzionale preoccupa, servono forza e coraggio ma è necessario agire con urgenza». Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 Luglio da anni impegnata a favore dell’inclusione sociale dei nomadi non solo romani, ammette che «quella dei campi nomadi rappresenta un’emergenza, i problemi che solleva Salvini li solleviamo tutti ma le differenze stanno nella soluzione, bisogna trovare una sintesi che garantisca il miglior livello di benessere per tutti, per i residenti degli accampamenti e i quartieri che li ospitano».   Signor Stasolla, allora denuncia anche lei che la situazione è fuori controllo, chi ne è responsabile? «Le condizioni dei campi nomadi sono estremamente critiche a causa dell’abbandono istituzionale che subiamo, totale assenza delle istituzioni che non ci fa intravedere neanche un orientamento, una prospettiva politica di soluzione dei problemi quindi la percezione del disagio aumenta, dentro i campi e nei quartieri circostanti. Se le periferie di Roma collassano chi si deve interrogare è l’amministrazione, e lo stesso discorso vale per i campi, parliamo di strutture formali, istituzionali, chi se ne dovrebbe occupare se non il Comune?».   Qual è la vostra proposta? «Lo ripetiamo da anni, superare i campi nomadi investendo denaro sui percorsi di integrazione scolastica e lavorativa, lo si è già fatto nelle principali città europee compresa Madrid che ospita 88mila nomadi, 11 volte quelli di Roma, che invece continua a sprecare soldi».   Lei parla di inclusione lavorativa e scolastica, il Comune di Roma si ostina a dire che i dati sono incoraggianti, voi siete d’accordo? «Assolutamente no, per esempio in termini di scolarizzazione dopo 20 anni di tentativi e circa 3 milioni di euro spesi ogni anno la verità è che non più del 20% dei minori - sul tasso medio del 75% - frequenta la scuola dell’obbligo. Uguale per l’ambito lavorativo: non è vero che i nomadi non vogliono integrarsi, che non vogliono le case popolari, in tanti a Roma hanno avanzato domanda, sul totale di 180mila rom presenti in Italia "solo" 35mila sono accolti nei campi quindi la differenza ha un tetto sopra la testa, paga le tasse e manda i figli a scuola, nella Capitale però anche trovare un lavoro è davvero problematico, quando si nota il domicilio il nomade viene rifiutato».   Questo giustifica le bande di minorenni che, a Termini, vivono di furti e accattonaggio, oppure i traffici illeciti di rifiuti urbani? «Assolutamente no, ma bisogna distinguere come nel caso del tragico incidente avvenuto a Battistini: non possiamo fare un collegamento diretto tra i campi rom e questa sciagura, ricordo che si tratta della 38esima vittima di pirati della strada in tutta Italia. Rispetto ai rifiuti, siamo abituati a commentare i numeri e non ho dati che dimostrino questo fenomeno, anche nelle favelas brasiliane o nelle baraccopoli di Nairobi si raccolgono i rifiuti ma altro non è che la conseguenza di una situazione di assoluta povertà: finché i nomadi continueranno a essere ghettizzati e marginalizzati le cose non miglioreranno, l’imbuto verso la socialità è proprio rappresentato dai campi che scoraggiano ogni forma di inclusione. Solo un esempio: sorgono in zone periferiche, non collegate neanche dai trasporti pubblici, come può un ragazzo volenteroso garantire che andrà ogni mattina sul posto di lavoro?»   Cosa chiedete di fare al sindaco Marino? «Un grande piano sociale che, con la chiusura dei campi, come avvenuto a Messina, gli farà risparmiare fino a 10 volte la spesa attuale (25 milioni di euro nel 2014, ndr): si parte da un sondaggio per capire le possibilità economiche e le attitudini lavorative di ciascuno, poi auto-recupero del grande patrimonio immobiliare abbandonato in città».

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