Politica

Epurazioni, inchieste e primarie farsa. C’era una volta il Pd

Dopo il trionfo alle Europee un anno tormentato Così tra i Democratici è scattato il tutti contro tutti LEGGI ANCHE Renzi:"Antimafia usata per regolare conti interni"

Hai voglia a dire che questa campagna elettorale è noiosa. Non lo è, e il colpo di scena accade quando ieri Rosy Bindi, bersagliata dagli strali renziani per aver divulgato la «lista degli impresentabili», diventa una specie di paladina della libertà. Je suis Rosy è un po’ troppo. Ma quanto accaduto è l’ultimo segnale di quanto il Pd ormai sia un partito che non c’è, o meglio, c’è fino a un certo punto, dietro lo strabordare mediatico del leader. Capita, così, che i dem arrivino piuttosto affannati alle Regionali, dopo aver vissuto, dalle Europee, un anno in cui è accaduto tutto e il contrario.   PRIMARIE Da sempre, sono il cavallo di battaglia di Renzi. Peccato che, a livello regionale e locale, gli abbiano riservato sorprese non felici. A Venezia la corsa per il candidato sindaco la vince il civatiano Casson; ma anche in Calabria il candidato renziano fu sconfitto. In Emilia Romagna poi, dove il fedelissimo del premier Richetti, fu spinto al ritiro, partecipò un avente diritto su tre. Bella delusione, nella patria dell’attivismo rosso. Poi c’è il caso Liguria. Raffaella Paita, renziana, ha trionfato su Sergio Cofferati in uno strascico di polemiche e accuse di irregolarità. E dalla frattura post primarie è germogliata la candidatura di Luca Pastorino, vicino a Civati, e la sua «rete a sinistra» che impensierisce non poco il Pd. Per non parlare, poi, della Campania. Qui, le primarie sono state un tormento, tra rinvii e ritiri dalla corsa. Alla fine, l’ha spuntata Vincenzo De Luca, e il resto è antologia di questi giorni.   GUAI GIUDIZIARI «Sulla legalità il Pd non prende lezioni da nessuno», ha detto il segretario. Ci mancherebbe, il garantismo è un valore. Ma la cronaca parla chiaro. Dalle grane giudiziarie di De Luca a quelle della Paita, indagata per l’alluvione dell’autunno 2014. Fino all’inchiesta sulla metanizzazione di Ischia, dello scorso aprile, che ha portato alle dimissioni del sindaco Giuseppe Ferrandino. E, andando più indietro nei mesi, l’inchiesta su Mafia Capitale che ha toccato anche il partito romano, quella per corruzione riguardante Marco Di Stefano (anche lui abitué della Leopolda), e le indagini sul Mose sfociate nell’arresto, e conseguenti dimissioni, del sindaco di Venezia Orsoni.   MINORANZA Voleva fare, Renzi, un partito della Nazione, una forza a vocazione maggioritaria dalle ampie ambizioni governative. Si è trovato un partito nel partito, e qualcuno già ha spiccato il volo. È la vicenda della minoranza uscita sconfitta dalle primarie, i cui esponenti sono stati spesso irrisi dal segretario (Fassina chi?). Risultato: Roberto Speranza, vicino a Bersani, si dimette da Capogruppo alla Camera, 40 piddini non votano la riforma della scuola alla Camera. Civati, da sempre considerato vicino a Sel, esce dal gruppo e, sull’onda della vittoria di Podemos in Spagna annuncia il lancio di Possibile.   ROMA Anche la Capitale è un tasto dolente per Renzi. Sindaco Marino a parte, che notoriamente non riscuote gli entusiasmi dell’area renziana, pesano come macigni le parole che Fabrizio Barca, incaricato da Orfini (nominato commissario contestualmente all’inchiesta Mafia Capitale) di realizzare una mappatura del partito romano, ha scelto per la sua relazione intermedia. «Si vanno delineano - scrisse Barca - i tratti di un partito non solo cattivo ma pericoloso: dove non c’è trasparenza (…) e dove traspaiono deformazioni clientelari…».

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