Politica

"Silvio ha perso il senso della realtà ed è tutta colpa della politica"

Parla Vittorio Dotti uno degli uomini Fininvest scesi in campo con Berlusconi nel 1994

Il Partito Repubblicano? «Non credo sia un progetto credibile. È inutile cercare di replicare il modello iniziale di una Forza Italia che ora si sta sfaldando». A parlare è Vittorio Dotti, uno che Silvio Berlusconi lo conosce bene. Azzurro della primissima ora (avvocato, faceva parte degli uomini della galassia Fininvest scesi in campo accanto al «Dottore»), sempre nella primissima ora finì la sua avventura in Forza Italia, dopo aver fatto il Capogruppo alla Camera. «Non condividevo il costante martellamento di Berlusconi e Forza Italia contro la magistratura».   Perché tanti hanno abbandonato Berlusconi, negli anni? «Un certo influsso lo hanno avuto i vari entourage che si sono alternati negli anni. Se prevaleva un gruppo, soccombeva un altro. E Berlusconi è sempre stato come un trofeo conteso».   Quindi anche nel ’94 c’era la logica del "cerchio magico"? «No. Da come si intende oggi, il cerchio magico sembra una specie di recinto che impedisce al Berlusconi di assumere delle proprie iniziative. Dà l’idea di un controllo su di lui, che è un bene prezioso, perché finché c’è garantisce le fortune di chi gli sta intorno. Allora "il cerchio" era quello degli amici più fedeli, più vicini, che lo aiutavano. E lui era padrone di se stesso».   Ma non c’è anche una componente umana di Berlusconi che agevola queste fratture? «Berlusconi ha una certa facilità nel sentirsi tradito. Ecco, questo è un aspetto umano che si riflette sul lato politico. Io credo che in politica il tradimento non esista. Perché è nel diritto di ognuno cambiare opinione, cercando anche di farla cambiare al proprio leader. E se non si trova più bene deve avere la libertà di prendere armi e bagagli e trasferirsi altrove. Perché magari i presupposti sono mutati. O perché è entrato qualcuno di poco gradito. Ecco, Berlusconi non concepisce tutto questo, e lo prende come un attacco personale. Poi aggiungiamoci che quasi sempre viene indotto a rompere dal clan in quel momento prevalente che soffia sul fuoco».   Anche lei fu tacciato di tradimento? «Il mio problema, oltre alle divergenze sulla giustizia, fu quella vicenda dell’allora mia fidanzata Stefania Ariosto (la famosa "teste Omega", che accusò Berlusconi e Previti nei processi Sme, Imi Sir e Lodo Mondadori ndr). Berlusconi e la sua cerchia ristretta pretendevano da me comportamenti che non condividevo. Tipo smentire il contenuto di cose di cui non ero a conoscenza, oppure attaccare la magistratura. Con tutta la simpatia verso Berlusconi, io ho sempre preferito essere corretto. Gli dicevo: "Silvio, io questo non lo posso fare, poi vedi tu"».   E lui? «E lui un giorno, era il marzo del ’96, si facevano le liste per le elezioni Politiche del mese successivo, mi chiamò e mi disse: "Guarda, mi sono consultato con i miei, non ti possiamo più candidare". Gli risposi "va bene" e ci salutammo con un ciao».   Da allora? «Mai più sentito, e sono passati quasi vent’anni».   Le dispiace? «Un po’ sì. Io sono stato il suo avvocato per 16-17 anni, ed aver lavorato con lui ha dato origine alla mia candidatura del ’94 in Forza Italia su sua richiesta. Ho un bagaglio molto ricco di ricordi con lui, e non c’entrano nulla con la politica. Ho vissuto la stagione delle grandi operazioni finanziarie, la Tv, il Milan, gli investimenti in Spagna e in Francia, la guerra Mondadori. Non è facile dimenticare tutto questo. Ci ho scritto anche un libro (L’avvocato del diavolo, Chiarelettere, ndr) e ho un ricordo molto grato di questa persona».   Secondo lei la politica ha cambiato Berlusconi? «Sì. Da imprenditore aveva senso della realtà, della conquista delle cose. Poi l’emotività e la popolarità, da leader politico, gliel’hanno fatto perdere. Non c’erano eccessi, al tempo in cui fondò un impero economico».   Niente "cene eleganti", quindi? «No. Tante riunioni infinite, dal primo pomeriggio all’alba. Quante notti passate così! Certo, come gran parte di noi amava la vita e le belle donne. Passavano a casa sua le bellezze della Tv, come accade anche ai produttori cinematografici. Ma aveva accanto una donna come Veronica, persona di grandi contenuti. E questo lo aiutava».   Secondo lei lascerà la leadership politica a uno dei figli? «Direi di no. Un eventuale impegno politico dei figli, e penso soprattutto a Marina, sarebbe per affetto verso il padre, e per prolungare la missione tacita di Berlusconi di tutelare le aziende. Ma non è questa la leva che dovrebbe muovere un impegno politico».

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