Ebbene sì, il Presidente Sergio Mattarella, ieri, ha stupito. Due volte nella stessa occasione, l’intervista al direttore de la Repubblica Ezio Mauro. Uno aspetta per settimane, di fronte ad un governo che per far passare l’Italicum fa strame delle Camere, che il garante della Costituzione dica qualcosa in merito, magari per mettere le baldanze renziane sul binario giusto. E invece, alla prima intervista a un quotidiano, il titolo in prima è su «Il 25 aprile patrimonio di tutto il Paese». Primo stupore. Oltretutto trattasi di un’ovvietà buona senz’altro per la seconda metà del Novecento, ma oggi, forse un po’ meno, almeno stando al sondaggio Ixè secondo il quale «il 58% degli italiani non considera più attuali i valori della Resistenza». Al di là del titolo, l’intervista si snoda senza sobbalzi; alla prolissità autocompiaciuta delle domande (costante dell’Olimpo de la Repubblica, basti ricordare lo storico colloquio tra il Papa dell’Io, Eugenio Scalfari, e il suo collega Papa Francesco) corrispondono risposte senza nulla di nuovo. Cose così vere da essere state sentite mille volte, tipo: «i morti delle Ardeatine è come se ci ammonissero continuamente, ricordandoci che mai si può abbassare la guardia della difesa strenua dei diritti dell’uomo». Poi, però, arriva il guizzo. L’assist lo offre Ezio Mauro, con una domanda sulle violenze e le vendette, altro lato della Resistenza, e sulla tragedia delle Foibe. «Si tratta di casi gravi, inaccettabili e che non vanno nascosti», ha risposto Mattarella. «L’esposizione del corpo di Mussolini, di Claretta Petacci e degli altri gerarchi fucilati (…) la considero un episodio barbaro e disumano». Secondo stupore. Ma stavolta in positivo. Perché si tratta di un’apertura a quel percorso di allargamento della memoria storica che questo Paese non è mai riuscito a intraprendere. Tra libri censurati e simbologia a senso unico, oggi il 25 aprile si è ridotto all’11 Settembre dell’Unità Nazionale, quella vera, che non lascia fuori nessuno dal recinto della storia. Una sola stonatura, nel ragionamento del Presidente. Egli afferma che, mentre le efferatezze di uomini della Resistenza furono una «deviazione dagli ideali originari della Resistenza stessa», nel caso del nazifascismo gli abomini sono lo sbocco naturale di un’ideologia totalitaria. Piano. Come scrive Giampaolo Pansa («La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti»), i comunisti della Resistenza intendevano la lotta come «il primo tempo di un passaggio storico: fare dell’Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l’Unione Sovietica». Quindi tifavano, anche loro, per il totalitarismo. Sarebbe ora, forse, di riconoscere anche questo.
Mattarella scopre il sangue dei vinti
Per il Presidente gli omicidi della Resistenza e le Foibe sono «casi gravi e inaccettabili»
