Il presidente Obama sapeva che Giovanni Lo Porto era morto in un raid americano quando ha incontrato alla Casa Bianca venerdì scorso il premier Matteo Renzi: parola del New York Times che, togliendo la foglia di fico da questo mortificante retroscena, dà l’ennesimo manrovescio alla trionfalistica (nei toni) e tragica (nei risultati) politica estera dell’esecutivo Renzi. In miserelli 426 giorni di governo il premier è riuscito a incassare un’autentica Caporetto: un assoluto nulla di fatto sul fronte dei marò Girone e Latorre, invischiati in India in un procedimento che sembra non avere fine. Poi una serie di rimbrotti dalla cancelliera Merkel che hanno il loro apice in un’intervista all’inizio dello scorso dicembre, nella quale Angela definiva le riforme renziane semplicemente «insufficienti». E questo, quando si sventolano le bandiere del riformismo, non fa piacere: la leggenda narra che quell’intervista abbia mandato per traverso a Matteo il caffè mattutino. Poi c’è il capitolo sbarchi e migranti: una vera tragedia. Gli appelli all’Europa si susseguono, le idee (confuse) anche. L’Unione, con il Regno Unito in testa (nonostante da quelle parti circoli ancora la sterlina), continua ad aggirare il problema. L’oceano di disperati che si riversa dall’Africa è un problema italiano, in base ad un trattato (Dublino II) che è una vera «europatacca» mollata al Belpaese, al pari di certi orologi Rolex originali che possono essere acquistati per cento euro nell’area di servizio di Caianello. La situazione dei rapporti con gli Stati Uniti è avvilente, ricordando anche l’antica e solidissima amicizia. A Renzi è stato riservato un trattamento da turista, più che da capo di Stato, con strette di mano, pacche sulle spalle e niente più. Ciliegina sulla torta gli errori ortografici di Matteo sul guest book della Casa Bianca. «Al di là della retorica e degli annunci semitrionfalistici, il fallimento di Renzi sull’emergenza immigrati dalla Libia è pressoché totale - riflette con amarezza Lucio Malan, senatore di Forza Italia - La questione cruciale della ricollocazione dei migranti è rinviata a giugno, e difficilmente l’Italia sarà ascoltata. L’ipotesi di distribuire i migranti tra i vari paesi è osteggiata da un ampio fronte guidato dal Regno Unito, per cui in pratica tutto ciò che arriva è un aiuto per portare ancora più disperati nel nostro Paese». E ancora: «In particolare, la questione dei numerosissimi minori non accompagnati è grave e urgente: il fenomeno dei tanti adolescenti migranti che, pur identificati e fermati, spariscono senza lasciare traccia è invano denunciato da mesi dalle associazioni di volontariato - aggiunge - Non ci si può limitare a trattare l’emergenza senza proteggere adeguatamente soprattutto i minori». La Libia, afferma l’ambasciatore ed ex ministro Giulio Terzi, «è diventata come la Somalia, un paese dimenticato. Il Governo italiano da due anni a questa parte ha fatto finta che il problema non esistesse, tirandosene fuori e restando alla finestra: hanno fatto un’infinità di riunioni e di conferenze, ma nonostante tutte le sollecitazioni internazionali affinché l'Italia prendesse la guida di un gruppo di Paesi per occuparsi di sicurezza, di confini, di ripristinare il dialogo politico in Libia, la risposta dei Governi Letta e Renzi è stata solo e sempre "noi sosteniamo gli sforzi dell’ONU"… Ebbene, questa è la tipica ricetta populista di chi vuole rinunciare alle proprie prerogative nazionali e alle capacità che l’Italia avrebbe di modificare le cose». Dalle critiche emerge una tragica realtà: la Politica Estera è una scienza, non uno sport balneare. Henry Kissinger diceva: «Il giudizio della storia non è ciò che si vedrà domattina in televisione, ma quello che si troverà sui libri di storia tra 50 o 100 o più anni da ora». Ridateci Kissinger e Andreotti.
La Caporetto di Renzi in politica estera
Dagli Stati Uniti alla Germania nessuno si fida più dell’Italia Per Matteo una raffica di insuccessi: credibilità, marò, crisi libica
