Ieri l’Aula del Consiglio Comunale di Roma ha respinto due mozioni che proponevano di intitolare una strada allo storico leader del MSI Giorgio Almirante. Presentate da Fabrizio Ghera (Fratelli d’Italia) e Dario Rossin (Forza Italia). 19 voti contrari, 3 favorevoli e 3 astenuti l’esito della proposta di Ghera; 19 voti contrari, 7 favorevoli e 2 astenuti, invece, per la mozione di Rossin. Qualche assenza, non trascurabile, nel centrodestra (lo stesso Ghera era assente ma, ha spiegato, perché era a presentare la delibera di iniziativa popolare sui campi rom). Amari i commenti dei due consiglieri. Da un lato, Ghera punta il dito contro «la sinistra a senso unico» e comunque assicura che riprenderà il percorso per arrivare all’intitolazione di una strada allo storico leader della destra. Dall’altro lato, Dario Rossin evidenzia che «la civiltà non è figlia di questa maggioranza» a cui va imputata «sciatteria politica». Quanto accaduto, comunque, contribuisce a tratteggiare il carattere di una sinistra rivoluzionaria a intermittenza. Coraggiosa solo dove conviene. Il sindaco Marino, mesi fa, si è dimostrato fiero e impavido nello sfidare le funzioni attribuitegli dalla legge dello Stato e si è messo a trascrivere - al pari di molti suoi colleghi dello stesso schieramento - i matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso. Seguendo non la legge, ma l’ostentata tendenza vagamente romantica a rompere argini, regole, difendendo la candida convinzione secondo la quale solo la sinistra ha la missione di aiutare la società a evolversi. Soltanto, però, su ciò che fa comodo. Perchè su materie più spinose, dove la sinistra deve guardare in faccia se stessa e la propria storia, allora prevalgono i dogmi cementati dal tempo. E la toponomastica è proprio uno di quegli argomenti scivolosi. Anche su di essa, infatti, si è basata l’applicazione della teoria egemonica di Gramsci che si è inerpicata come edera lungo tutti i settori della vita pubblica per un cinquantennio buono. Dalla cultura, al cinema, dalla scuola e alla memoria. Soprattutto la memoria. C’è una parte di storia, infatti, che «non conviene» ricordare. È la storia, ad esempio, dell’«altra resistenza», che parla di vittime uccise nelle vendette di alcuni gruppi partigiani. È la storia di Almirante. Oltre alle barricate per impedire di dedicargli delle strade (qualche anno fa, a Civitanova, nelle Marche, dove una via gli era stata intitolata, un assessore di centrosinistra ne gettò la targa in un cestino a portata di macchina fotografica, e poi il leader Msi fu sostituito con Mandela), ci sono addirittura le sale negate per i convegni sulla sua figura e il ruolo politico (a Trento, lo scorso dicembre). Tutto in virtù del dogma, che impedisce qualsiasi tentativo di ricostruire una memoria, di riportare alla luce un periodo. E sì, che sarebbe stato un atto davvero rivoluzionario, almeno stavolta, ribaltare la logica di oltre un sessantennio, rompere un argine e lavorare per una riconciliazione basata sul rispetto e sulla verità, cioè che Giorgio Almirante non era un assassino, ma il traghettatore della destra nell’alveo democratico, dopo il dramma della guerra.
Strade per tutti, tranne che per Almirante
L’Aula Giulio Cesare respinge la mozione per intitolare una via al leader Msi LEGGI ANCHE Zingaretti cancella il museo dedicato al gerarca Graziani
