Politica

La retorica della Boldrini e il mancato coraggio di una vera discussione

di Massimilano Lenzi

Quel toscano testardo di Indro Montanelli ci ha finito l'inchiostro a forza di scriverlo: «La Resistenza non fu una resistenza, fu una guerra civile tra italiani che continuò anche dopo il 25 aprile». Lui, così elogiato negli ultimi anni dalla sinistra per la svolta antiberlusconiana, chissà cosa risponderebbe oggi alla presidente della Camera Laura Boldrini che in tv, a proposito di Resistenza ha detto che in Italia «c'è stata una guerra di liberazione non una guerra civile». Forse Montanelli le direbbe che trova «insopportabile la retorica degli italiani sulla Resistenza» e che non sopporta «l'inganno - come scrisse in una Stanza per il "Corriere della Sera" - che i tedeschi erano stati sconfitti dai partigiani e che da questi l'Italia era stata liberata». Il fatto è che oggi, questa retorica, buonista e mitologica sul 25 aprile, è diventata pure una forma di unanimismo. Sarà che la destra non è stata capace di raccontare la propria storia, sarà che l'egemonia della comunicazione ha reso tutto più conformista, ma è un fatto che il coraggio di un confronto laico e libero sul 25 aprile ed i suoi significati, no c'è più. Per rendersene conto basta tornare alle parole della Boldrini, «bisogna - ha detto - rispettare tutti i morti, sarebbe terribile fare differenze» (e vorremmo vedere, Presidente!) e confrontarle con quelle pronunciate, diciannove anni fa, da Luciano Violante, un ex comunista, allora appena eletto Presidente della Camera: «Bisogna cominciare a riflettere sui vinti per capire, senza revisionismi falsificanti, anche chi si schierò dalla parte di Salò». Fate attenzione ai termini, perché le parole hanno uno specifico importante nella retorica sulla Liberazione: Violante usava il termine «capire», la Boldrini parla di «rispettare i morti». Nello scarto di significato tra questi due termini, c'è l'eutanasia di una riflessione su quei mesi, dal settembre 1943 all'aprile 1945, della guerra civile italiana. C'è la resa di un élite e di una classe dirigente (lo stesso Luciano Violante ha parzialmente rivisto la propria posizione rispetto al 1996) che ha avuto paura di compiere il lungo viaggio attraverso la Resistenza, per toglierla da quell'aura di retorica. È questa, in fondo, una delle ragioni della frammentazione italiana, il tabù di un Paese che non riesce a diventare grande. Quest'anno, che cade il settantesimo dal 25 aprile del 1945, poteva essere la volta buona. Ed invece, tra uno spot con l'astronauta Samantha Cristoforetti, uno con Alex Zanardi ed una prima serata, su RaiUno, questo sabato, dedicata appunto al 25 aprile, e condotta da Fabio Fazio, con interventi - tra gli altri - di Roberto Saviano, Pif, Marco Paolini, la retorica di un anniversario diverrà pure racconto televisivo. Ad uso degli italiani. Del resto non poteva che finire così in un Paese avvezzo a correre in soccorso dei vincitori dove si dovrebbe festeggiare come momento fondativo l'8 settembre, altro che il 25 aprile. Nel suo libro «L'Italia della guerra civile» ha scritto Montanelli: «Potrei citare infiniti casi di uomini che l'8 settembre fecero una scelta assolutamente imprevedibile e molto spesso la pagarono, da una parte e dall'altra, con la vita. Ce ne furono alcuni che, da un pezzo su posizioni di fronda al regime, considerarono l'8 settembre un tradimento e si sentirono in dovere di accorrere in aiuto di un Duce vinto e ormai abbandonato da quasi tutti. (..) Così come vidi dei fascisti cercare nelle file della Resistenza un lavacro ed un riscatto. (..) Tutto si mescolò in quei mesi di trambusto, di umiliazione e di violenza». Per il resto, tutti a casa.

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