Politica

Il bagno di retorica dimentica i veri liberatori

Nessuno celebra gli sbarchi in Sicilia e ad Anzio

Il grande paiolo della retorica verrà colmo tra una settimana, sabato 25 aprile: settantesimo anniversario della liberazione. Si sentiranno tutti Partigiani. Gli uomini tutti virili combattenti e le donne fiere e inarrestabili staffette. Tutti avranno sparato per lo meno un colpo di fucile contro un soldato dell’esercito tedesco alleato con il governo fascista. Tra quelli “saliti in montagna” e quelli scesi nelle cantine, questi sono i Partigiani che hanno liberato l’Italia dal nemico. Sarà un tripudio di fazzoletti di colore rosso allacciati al collo e di testi commemorativi severamente impilati nelle librerie. Per colonna sonora un unitario e liberatorio inno cantato con la mano destra sul cuore: “O bella ciao”. Viva i Partigiani! Già, ma sono in pochi a ricordare un’altra data: quella del 10 luglio 1943: lo sbarco delle truppe americane, inglesi e canadesi in Sicilia. Quella notte, da poco passata la mezzanotte, l’esercito degli Alleati iniziò l’invasione dal cielo: con i paracadutisti e gli alianti. Il forte vento creò molte difficoltà a chi nella notte parlava l’inglese e toccò l’arida terra dalla Sicilia. Albeggia. Di fronte alla costa, dislocata tra Licata e Siracusa, un panorama inimmaginabile: 2.509 navi, un esercito di 180mila uomini e 15mila mezzi pronti ad essere sbarcati. Non sono forse questi i liberatori dell’Italia dalle forze dell’Asse? Non c’è posto per loro nella memoria e nelle provinciali e partigiane (con la p minuscola) commemorazioni intrise di retorica? Dopo la Sicilia lentamente l’esercito degli Alleati, scala la Penisola: la Linea Gustav, Anzio, Cassino e poi la linea Gotica. Fino a quando il 9 aprile 1945 scatta l’offensiva finale, poco a sud di Bologna si muovono i soldati americani e inglesi. In Italia è l’epilogo di una tragica, sanguinosa e moderna guerra. Infine, neppure un mese dopo, la liberazione di Milano e a Dongo la cattura di Benito Mussolini. Gli Alleati lasciarono sul campo, tra morti e feriti e dispersi, circa 312mila uomini. Poi incominciò la mattanza. Nel cosiddetto “Triangolo Rosso” o “Triangolo della Morte” un’infinità di partigiani comunisti giustiziarono vigliaccamente, torturarono e seviziarono chi era considerato nemico. L’ordine in molti territori era tenuto dalla “Polizia partigiana” e dai “Commissari politici”. E i nemici non erano solamente gli ex fascisti, ma anche i proprietari terrieri, oppure quello con cui si era contratto un debito che non si voleva più restituire, preti e chi in generale poteva ostacolare il proseguo della Resistenza. Perché, soprattutto in Emilia, per molti la fine della seconda Guerra Mondiale segnava l’inizio di una nuova epoca, quella della rivoluzione comunista. Per molti il 25 aprile 1945 non è la data della liberazione, ma la data spartiacque. E il Partito Comunista in gran parte coprì i crimini e i criminali: è sufficiente analizzare le avventure della Volante Rossa di Milano. In Emilia e in Romagna gli ammazzamenti sono stati ben raccontati dallo scrittore ravennate cattolico Gianfranco Stella. In uno dei suoi tanti libri di “saggistica minore” ignorata dalla benestante e altezzosa letteratura di Sinistra ha raccontato cosa accadde da quelle parti nell’immediato dopoguerra. Un passaggio di uno dei suoi testi: “Davanti alla canonica, don Tiso Galletti sedeva in serena conversazione con il fratello. Arrivò una moto Guzzi da cui scese Efrem Testa con il mitra Thompson a tracolla. Chiese se quel prete era don Tisio Galletti, arretrò di qualche passo e sparò una raffica. Il raid partigiano si concluse quel pomeriggio con altri tre omicidi”. Il Pci era molto vicino a quei compagni in armi ed organizzò l’espatrio di molti partigiani comunisti che avevano commesso crimini. Organizzò per loro il viaggio e la permanenza sicura in Cecoslovacchia: erano assassini, Partigiani e comunisti. Viva la liberazione!

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