Politica

L’illusionista e le tre carte

di Gian Marco Chiocci Doveva cambiare tutto e non è cambiato niente. I sistemi propagandistici della Terza Repubblica sono identici, seppur riveduti e corretti, alla Prima e alla Seconda. Pure...

Doveva cambiare tutto e non è cambiato niente. I sistemi propagandistici della Terza Repubblica sono identici, seppur riveduti e corretti, alla Prima e alla Seconda. Pure stavolta, col messia Renzi in cabina di regia, l’Italia si conferma quel Paese dei gattopardi che tutti conoscono anche per le garanzie elettorali che dai tempi di Andreotti e Craxi, passando per Prodi, Bersani e Berlusconi, ciclicamente raggirano il cittadino chiamato alle urne. Se ogni premier dà il meglio (o peggio) di sé per dissuadere gli indecisi e convincere i disamorati a mettere la croce sul simbolo, l’attuale batte tutti i predecessori messi insieme. Quando al voto manca poco, Matteo Renzi promette la qualunque, annuncia sfracelli, gioca con le tre carte meglio dei biscazzieri alla stazione Termini. È successo con il bonus Irpef da 80 euro a ridosso delle consultazioni europee, risuccederà presto con le Regionali alle porte. Questo perché la popolarità è in calo, diciamo in picchiata se si dà retta ai sondaggi interni a Palazzo Chigi. All’ex sindaco di Firenze serve un colpo di reni per uscire dal pantano in cui rischia di affondare. Così prima ha vagheggiato riduzioni da 35 a 80 euro per il balzello più detestato dal popolo (il canone Rai). Poi s’è venduto un’inesistente ripresa economica e una clamorosa crescita occupazionale smentita dall’Inps che giusto ieri ha parlato di sole 13 unità in più a tempo indeterminato (avete letto bene, 13). Quindi, da illusionista qual è, ha estratto dal cilindro un tesoretto da un miliardo e seicento milioni la cui destinazione sarà decisa nelle prossime settimane. Ovvero, a ridosso di una tornata elettorale che per il Pd potrebbe non essere trionfale come le ultime Europee. Un bonus elettorale a tutti gli effetti, scovato in zona Cesarini da tecnici e burocrati del dicastero economico. E presto utilizzato da chi, a parti invertite, avrebbe accusato Berlusconi di «voto di scambio».

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