Politica

Appalti con frode. 5 inchieste segrete

Nel mirino delle Procure 3.500 gare per costruire scuole, strade e altre opere Lavori eseguiti con materiale scadente. Per la Finanza un affare milionario

Sono 3mila 500 gli appalti pubblici finiti sotto la lente investigativa. Commesse cui le imprese aggiudicatarie hanno potuto accedere attraverso l’illecita compravendita di attestazioni Soa. Un business milionario che cela altri fatti oggetto dell’inchiesta: le frodi in pubbliche forniture in alcune di queste commesse, ossia l’utilizzo di materiali scadenti per costruire scuole, strade e altri lavori sparsi su tutto il territorio nazionale. CINQUE PROCURE A LAVORO Ben cinque le procure della Repubblica che hanno ricevuto dal Nucleo speciale spesa pubblica della Guardia di finanza, al comando del generale Bruno Bartoloni, un’ampia informativa di reato, in cui si contano 3mila 500 appalti sparsi in tutta Italia, che sarebbero stati concessi a imprese che, nei fatti, non avevano i requisiti per poterli ottenere. L’indagine, infatti, ha consentito di accertare che gli imprenditori che intendevano partecipare agli appalti si compravano, illecitamente, le attestazioni Soa, atti essenziali per poter accedere alle gare. Tuttavia, i sospetti illeciti non si fermerebbero qui. Perché gli investigatori hanno dimostrato che in diversi casi i lavori pubblici sono stati compiuti violando i capitolati d’appalto. Così sono state scoperte numerose frodi in pubbliche forniture che avrebbero permesso agli imprenditori finiti sotto inchiesta di massimizzare i guadagni. Tra gli uffici requirenti a lavoro, anche Roma, che conta tra gli iscritti nel registro degli indagati Bruno Cavino, ex portavoce del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ed è proprio dalla Capitale che è partito il primo troncone dell’inchiesta, che si abbatte ancora una volta sulle infrastrutture, già nell’occhio del ciclone per il presunto ruolo illecito assunto dal superburocrate Ercole Incalza, ex capo Struttura tecnica di missione per le "grandi opere" italiane, finito sotto indagine a Firenze. IL FILONE NELLA CAPITALE Il procuratore aggiunto di Roma, Nello Rossi, cura gli accertamenti più delicati, nati dalla prima maxi indagine chiusa a metà novembre e pronta per andare a processo. In quel fascicolo si contano 83 indagati, tra i quali Giuseppe Brienza, ex presidente dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, Luigi Giampaolino, ex presidente della Corte dei conti, Angelo D’Agostino, parlamentare di Scelta Civica. Poi ci sono gli imprenditori Mario Calcagni e Alfredro Gherardi, amministratori della società Axsoa spa che, di fatto, avrebbe gestito il presunto business illecito, il direttore generale della Vigilanza, Maurizio Ivagnes, e il funzionario dell’Ufficio Qualificazione Maria Grassini. Nei confronti di tutti sono ipotizzati, a vario titolo e secondo le singole posizioni, i reati di associazione per delinquere, corruzione, falso e abuso d’ufficio. Ciò che emerge dall’incartamento giudiziario può essere così ricostruito: controllori che fanno di tutto pur di non controllare e controllati che, di fatto, erano in grado di piegare ai propri interessi l’intero sistema di verifica relativo alle Soa. Secondo quanto emerge dalle carte contenute nel procedimento penale, «è di assoluta evidenza - è annotato - che l’attività di controllo è venuta decisamente meno per le Soa, divenute, alla luce delle prassi instauratesi, soggetti commerciali tendenti al vaglio positivo, più che a quello negativo, nei confronti delle società da attestare». DEGENERAZIONE DEL SISTEMA Una degenerazione del sistema quella scovata dagli inquirenti che sottolineano come «il pacchetto di clienti favorevolmente attestati costituisce il patrimonio della Soa»: fattore che rende altissimo il rischio di «agevolazione» verso l’azienda amica. Rischio che, in teoria avrebbe dovuto essere arginato dall’Authority ma che, nel caso scoperto dagli inquirenti, ha visto i controllori spendersi oltre misura nei confronti dei loro stessi controllati. E così, tra pratiche di sospensione della licenza «ad operare» che spariscono per poi ricomparire a giochi ormai fatti, informative della Guardia di Finanza che invece di essere allegate agli atti da portare nelle adunanze dell’Authority vengono «dimenticate» in cassetti polverosi, e fusioni impossibili passate in cavalleria, il ruolo dell’organismo di controllo aveva perso ogni valore. C’è, infine, il ruolo di Brienza, che da queste pratiche addomesticate era riuscito a guadagnare montagne di benefit. Negli atti, infatti, spunta un attico a viale Nizza che Mario Calcagni aveva messo a disposizione, a titolo completamente gratuito, per la figlia di Brienza; e ancora un posto di lavoro per la sua compagna, fino ad una consulenza - pagata 5mila euro al mese - di cui lo stesso Brienza avrebbe beneficiato nella stessa Soa che avrebbe dovuto controllare.

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