Politica

Marine molla papà: «Non ti candido»

Faida in casa Le Pen: «Deliri antisemiti No ammninistrative per Jean Marie»

Fascinoso, il parricidio. Categoria necessaria, per quanto disprezzabile, di una politica che sa intingersi di tragicità e umanità, fino alla sua dimensione più subdola e spregevole: la rimozione di quello che, da paziente plasmatore di carriere, mano che sorregge ai primi passi, diviene ostacolo, calamita verso uno strapiombo della vecchiezza e incapacità di leggere il domani. Tale, infatti, appare il padre politico al figlio divenuto maturo e pronto alle proprie rivendicazioni. E la ferocia dello scontro, inevitabile, viene amplificata in un ambiente, come quello politico, dove i legami diventano, spesso, di una carnalità più accesa di quella familiare. Si passa più tempo con un compagno di partito che con un fratello. Si ascolta più un mentore politico che un genitore. Dunque non sorprende che, ieri, alla notizia della sua esclusione dalla corsa alle regionali in Francia con il Front National, Jean Marie Le Pen, che ha creato il partito e la sua leader attuale, la figlia Marine, abbia reagito con una formula politica. «Madame Le Pen deve porsi la domanda se quello che fa sia utile alla causa che proclama di servire», ha dichiarato il decano della destra francese. «Madame», rigido formalismo consono a un dibattito tra distanti. Perché quando è guerra è guerra. Si sciolgono i legami di sangue (in questo caso compromessi, pare, anche da questioni private). E la lotta politica assorbe la vita, risucchiando percorsi, battaglie, gioie e tormenti condivisi. Nulla di più tagliente, quindi, c’è del coltello di Bruto che infierisce, separando un vecchio leader dalla sua creatura politica, rendendolo ad essa quasi estraneo. Lo dimostrano le immagini del Bossi già deposto, durante la cena di una festa della Lega, seduto su una panca in compagnia solo di una lattina di Coca Cola, nessuno intorno a lui, ignorato da quel popolo che un tempo si sarebbe messo in fila per omaggiarlo. Era, quello, l’epilogo di un leader a cui caddero di mano lo scudo e la spada di Alberto da Giussano, strappate da una storiaccia di progenie allegrotta e altrettanto disinvolta gestione dei fondi del partito. E fu Maroni, nel momento di consenso più basso per la Lega, nel 2012, quando si rumoreggiava che il Carroccio avrebbe persino saltato un giro alle elezioni nazionali tanto era il disastro, ad afferrare l’agognato timone. «Non si sente come il padre che viene ucciso dal proprio figlio?» chiesero al Senatùr. «Per fortuna noi due non siamo padre e figlio» rispose. Al contrario, la «paternità» in senso politico è una figura svettante in Forza Italia. Nella scorsa legislatura, Berlusconi parlava con l’orgoglio del patriarca biblico di quei giovani parlamentari azzurri che fortissimamente volle ministri. Carfagna, Gelmini, Brambilla, Alfano, Fitto. Dunque di biblica tragicità si imbevve la tensione quando gli ultimi due gli hanno dato il dolore più grande. Alfano lo ha lasciato, un anno e mezzo fa, nel buio di una sentenza passata in giudicato e l’incombente defenestrazione dal Senato. Fitto, invece, lo ha sfidato in quello che, nell’epopea azzurra, è da vent’anni un dogma, cioè l’insindacabilità delle scelte del Capo. Logica vuole che aleggi, nelle stanze di Palazzo Grazioli, il fantasma del tradimento, così come aleggiò più volte nell’epica berlusconiana, abbracciando prima Bossi, poi Casini, quindi Fini e infine Tremonti. Anche a sinistra pulsa il parricidio. Non c’entra Renzi, visto che la sua maturazione politica non fu coltivata dalla generazione che ha buttato giù dal fortino. C’entrano però i «giovani dalemiani» affrancatisi dal maestro. Orfini, Cuperlo. Entrambi, a vario titolo, collaboratori del D’Alema dei tempi d’oro. Entrambi, ora, non hanno accompagnato il loro mentore nella sua sortita anti renziana di qualche settimana fa. In un misto tra autocoscienza generazionale (Cuperlo) e attrazione verso il carro buono (Orfini). La storia politica, poi, ci narra dei parricidi come li intendeva Voltaire, cioè (anche) quando è il padre ad uccidere i figli. Nell’album dei Radicali, così, si affiancano volti a cui il leader Marco Pannella, che li guidò alle stelle, tolse il cielo da sotto i piedi. Negri, Capezzone, per alcuni aspetti anche Rutelli. Da ultimo, non manca il modello simul stabunt, simul cadent. Padre e figlio che muoiono insieme. Accadde a Bettino Craxi e al suo delfino Claudio Martelli. Finirono in una spirale di reciproche diffidenze, degenerate in reciproche ostilità, mentre la casa bruciava. E soffiavano sul fuoco anche gli invidiosi di un’amicizia romanzesca e ultra decennale. Alla fine, entrambi furono avvolti dalle fiamme. E a distanza di oltre vent’anni, dato il fumo, non abbiamo ancora capito se fu Bruto ad accoltellare Cesare o viceversa.

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