Anche i latini, in quanto a realismo, non scherzavano: «Amicus meus, inimicus inimici mei». Amico mio, nemico dei miei nemici. E così era inevitabile che, prima o poi, le strade di Angelino Alfano e Raffaele Fitto tornassero a incrociarsi. Nel dettaglio, lo hanno fatto in Puglia, dove la scelta del Nuovo Centrodestra di sostenere la corsa di Francesco Schittulli alla poltrona di governatore, ha riportato Angelino e Raffaele dalla stessa parte della barricata. Lasciando, dall’altra, il comune padrino politico diventato comune nemico: quel Silvio Berlusconi che si trova a dover digerire l’ennesimo tradimento della sua ultima tormentata fase politica. Un esito che, tornando ad appena un anno e mezzo fa, appare quantomeno sorprendente. Ricapitoliamo per i più smemorati. Siamo nell’autunno del 2013 e da mesi l’allora Pdl, in procinto di ritrasformarsi in Forza Italia, è dilaniato dallo scontro tra «falchi» e «colombe». I primi, capitanati proprio da Raffaele Fitto - spalleggiato da Daniela Santanchè e Denis Verdini - pretendono che gli azzurri lascino il governo Letta dopo la condanna del leader nel processo Mediaset. Le seconde, guidate da Alfano e dagli altri 4 esponenti che hanno trovato posto nell’esecutivo, di mollare Letta non vogliono sentir parlare. «Per portare fuori l’Italia dall’emergenza», sostengono loro. «Per restare attaccati alle poltrone» replicano velenosi gli altri. La faida, in ogni caso, raggiunge livelli che ricordano da vicino l’attuale redde rationem in corso in Forza Italia. Fitto, peraltro, pronuncia parole che ancora adesso ripete con costanza: «Azzerare tutte le cariche» tuona contro il segretario Angelino. Anche se allora chiedeva di «rimettere le deleghe in mano a Berlusconi» mentre adesso auspica «primarie per selezionare la classe dirigente». Lo scontro va avanti per settimane fino a quando le strade di Alfano e Berlusconi si separano. È la vigilia della rinascita di Forza Italia quando il ministro dell’Interno chiede - come condizione per restare - la firma di un documento con il quale il partito si impegni a non far cadere il governo comunque vada la partita della decadenza dal Senato dell’ex premier. La risposta è negativa. E i retroscena raccontano come di fronte a Berlusconi, nel corso di quell’ultima telefonata, ci fosse proprio Fitto. Che, alle richieste di Alfano, fa cenno di no con la testa. Il giorno dopo, al Palazzo dei Congressi dell’Eur, va in scena il ritorno del marchio storico Forza Italia. Una festa, in verità, celebrata senza alcun entusiasmo. L’unico davvero felice sembra Raffaele Fitto, che si muove come se avesse vinto un congresso, sorride - non capita spesso - e stringe mani a tutti quelli che lo circondano. Sembra quasi un passaggio di consegne: dal vecchio delfino al nuovo. I mesi successivi diranno quanto sbagliata era quell’impressione. Fitto, nonostante la valanga di voti presi alle Europee - lo definiranno «mister trecentomila preferenze» - finisce a poco a poco isolato nel partito. In un memorabile ufficio di presidenza con il Cav viene persino sfiorato lo scontro fisico. Ma anche in quel caso, le sue posizioni sono all’opposto di quelle di Alfano. A Berlusconi chiede le primarie, certo, ma soprattutto di rompere quel patto del Nazareno che dà ossigeno al governo di Renzi e Angelino. Ma la politica è soprattutto strategia. E così, nonostante le visioni diverse sulle riforme, si vocifera che gli esponenti vicini all’europarlamentare pugliese stiano dialogando con i verdiniani. Di più, lo stesso Fitto incontra i «renziani» Bondi e Repetti dopo le dimissioni dal partito per manifestargli solidarietà. Fino all’ultimo atto, un’alleanza che, visti i rancori che dividono anche altri esponenti locali dei due partiti, sembrava impossibile. E ora? L’obiettivo è quello di isolare Forza Italia per mandarla sotto l’8% e lasciarla senza consiglieri regionali in Puglia. Ma né Alfano né Fitto hanno fatto i conti con chi, in passato, ha tentato di mettere Berlusconi nell’angolo e poi si è ritrovato con un pugno di mosche in mano. Dopo lo strappo dell’autunno 2013 Alessandra Mussolini coniò il termine «Al-Fini». Nelle scorse settimane il magazine Panorama si è divertito ad aggiornarlo in un «Al-Fitt-ini». Il triste destino dell’ex leader di An, insomma, aleggia sulle teste di Angelino e Raffaele. Sempre che Berlusconi non prepari l’ennesimo colpo di scena, appoggiando a sua volta la coalizione di Schittulli. Salvando se stesso ma anche, chissà, i ribelli. Quelli di ieri e quelli di oggi.
L’asse "Al-fitto" per isolare il Cav
Dopo una scissione e mesi di insulti "colomba" e "falco" si coalizzano
