Alzi la mano chi non vorrebbe diventare Eurodeputato. Il ruolo è prestigioso, l'appannaggio mensile pingue, il lavoro piuttosto blando. Certo venire eletti non è semplice; occorre prima passare per le forche caudine delle segreterie politiche che scelgono e scremano, poi sostenere una campagna elettorale in collegi vastissimi facendo professione di europeismo, infine conquistarsi, una per una, numerose crocette sul proprio cognome. Ottenuto il sudato incarico molti, però, si rendono conto che non era tutto oro quel che luccicava; i riflettori si spengono, gli spazi sui media scompaiono e gli argomenti su cui si legifera sono meno interessanti di una riunione di condominio. La saudade, che condiziona il rendimento calcistico dei fuoriclasse brasiliani, sembra impadronirsi anche dei nostri Europarlamentari, che non vedono l'ora di abbandonare la grigia Bruxelles non appena gli si presenta un'occasione, che, quasi sempre, è una poltrona. A soli dieci mesi dall'inizio della legislatura a Bruxelles, si è già dimessa Alessandra Moretti, che tenterà di strappare il Veneto a Luca Zaia, potrebbe dimettersi a breve Giovanni Toti, fresco candidato per il centrodestra alla Presidenza della Liguria; con tutta probabilità anche il dissidente di Forza Italia Raffaele Fitto correrà nella «sua» Puglia. Il richiamo della propria regione è un canto delle sirene difficilmente resistibile si sa; anche Massimo Cacciari abbandonò nel 2000, dopo un anno, il suo incarico europeo per candidarsi (perdendo) alla guida del Veneto. Andò meglio ai siciliani Raffaele Lombardo e Giuseppe Castiglione, che comunque resistettero quasi quattro anni prima di piazzarsi nel 2008 alla presidenza, rispettivamente, della Sicilia e della Provincia di Catania. Stesso anno, stesso percorso per Nicola Zingaretti che diventa governatore del Lazio. Non parliamo poi di quanto sia appetibile un'alta carica istituzionale o un posto di Governo, ruoli che, nel 2006, causano la fuga dall'Europarlamento di big come Fausto Bertinotti, che si siede addirittura sullo scranno più alto della Camera dei Deputati e Massimo D'Alema, che diventa vice di Romano Prodi e Ministro degli Esteri. Due anni dopo è la volta di Renato Brunetta e Umberto Bossi, nominati ministri della Funzione Pubblica e delle Riforme. Per il Senatùr è il secondo «tradimento» nei confronti di Strasburgo: anche nel 2001 per entrare nel secondo esecutivo guidato da Berlusconi, si era dimesso in compagnia dello stesso Cavaliere e degli altri leader della Casa delle libertà, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che ovviamente si precipitano a Roma per ricoprire, ironia della sorte, le stesse cariche che cinque anni dopo avrebbero causato le dimissioni di Bertinotti e D'Alema: Presidente della Camera Casini e vicepremier (poi anche Ministro del Esteri), Fini. Più recentemente è stato Mario Mauro, candidato nel 2009 dal Pdl alla Presidenza del Parlamento europeo, ad abbandonare sia il partito che l'istituzione per sostenere Scelta Civica di Mario Monti, che lo candida come capolista per il Senato in Lombardia nelle elezioni di due anni fa. Non è stata una poltrona, invece, ad interrompere la breve esperienza continentale di Michele Santoro. Il popolare conduttore viene trionfalmente eletto, con circa 730mila preferenze, nella VI Legislatura. Dopo poco più di un anno, però, Michelone non resiste al richiamo del cuore e, forte anche di una sentenza del Giudice del lavoro che lo reintegra in Rai, lascia senza rimpianto il suo strapuntino «solamente» per partecipare al programma Rockpolitic condotto da Adriano Celentano. Infine Luigi De Magistris, eletto nel 2009 e poi dimissionario nel 2011 per candidarsi a sindaco di Napoli.
Ue, parcheggio di lusso della politica
Da Moretti a Toti a Fitto i nostri parlamentari europei appena possono lasciano Strasburgo
