Politica

La Piovra è a Roma (ma solo in città)

Orfini riconosce il "problema", ma non dice nulla su Pd e Campidoglio

A Roma - meglio, a Ostia, ma Ostia è Roma - «c’è la mafia». Parola di Matteo Orfini, deputato, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd e commissario del partito romano, chiamato da Matteo Renzi a risolvere le beghe derivanti da Mafia Capitale. A dire il vero sinora Orfini ha risolto poco. Nessuna iniziativa politica, salvo dire che il Pd «è Renzi, è Zingaretti ed è Marino». Non il massimo come slogan. E gradito ancor meno dai militanti. Nessuna proposta di rilancio né di un partito dilaniato dal correntismo, dalle faide e dal malaffare (l’ex ministro Barca l’ha definito addirittura «pericoloso») né di un’amministrazione col fiato corto da mesi. Nulla. Salvo dire che «c’è un problema», «c’è la mafia» e «non siamo stati capaci di fermare la mafia a Roma». Fino ad appellarsi al governo affinché «faccia della mafia di Roma una priorità». Dichiarazioni che vanno ben oltre l’impianto accusatorio del procuratore capo Giuseppe Pignatone, dando per acquisito un degrado strutturale che farebbe della Capitale non una città malata, ma un luogo di contaminazione totale perché mafiosa in sé. La domanda è lecita: e il Pd cosa intende fare? Perché se il governo si fa carico della mafia ha una sola via: sciogliere il Comune e commissariarlo per 18 mesi, come prevede la legge. Una decisione che per ora Renzi e Alfano non vorrebbero prendere in considerazione. La proroga dei tempi d’indagine chiesta dai commissari prefettizi sposta a fine maggio i tempi di consegna della relazione che poi il nuovo prefetto di Roma Gabrielli dovrà integrare e inviare al Viminale. Due i possibili scenari: a Roma c’è la mafia oppure no. E se il commissario del Pd reputa Roma mafiosa perché non sciogliere prima il Consiglio comunale chiedendo un gesto di generosità alla maggioranza? A parole tanto gravi dovrebbero corrispondere assunzioni di responsabilità altrettanto gravi. Invece niente. Le dichiarazioni di Orfini insomma non aiutano. Lucio D’Ubaldo, ex senatore uscito dal Pd, bolla sul giornale on line Il Domani d’Italia come «irresponsabile» il commissario del Pd romano, ammonendo sulla «sentenza politica» del deputato: come faranno i commissari prefettizi a dissentire? Potranno dire che un conto è la città infiltrata e un altro i gangli vitali della sua amministrazione? Com’è possibile dire che il Municipio di Ostia è infiltrato e il Comune no? Come sta in piedi l’idea di una Capitale mafiosa e contemporaneamente di un Campidoglio sanissimo? E, soprattutto, cosa intende fare il Pd per risolvere i propri problemi? Esponenti romani di spicco coinvolti nell’inchiesta su Mafia Capitale; un deputato, Marco Di Stefano, indagato per una presunta tangente da 1,8 milioni di euro per l’acquisto delle sedi di LazioService; 13 ex consiglieri regionali, tra cui 5 senatori, indagati per le spese del gruppo Pd alla Pisana ai tempi della Polverini; faide e correntismo. Questo il quadro del partito locale al netto delle accuse di Marianna Madia e di Roberto Morassut e dell’impietosa relazione di Barca. Uno «spettacolo deprimente di una grande formazione politica, centrale nella vita del Paese, in preda a convulsioni precomatose», è l’epitaffio dell’ex D’Ubaldo. Il Pd a Roma non sembra esserci più. La resa dei conti è inevitabile e già iniziata con a vecchia classe dirigente messa nel mirino dal Nazareno. A Orfini - e Renzi - il compito di trovare l’umiltà per riconoscere gli errori commessi e costrurie un nuovo progetto politico.

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