Politica

D’Alema alla fine resta solo. I fedelissimi non lo amano più

Si ritrova come quel personaggio dell’Orlando innamorato, che "del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto".

Chissà, magari D’Alema sperava che, con il suo durissimo intervento fatto il 14 marzo all’Acquario di Roma, accusando Renzi di gestione arrogante del partito, avrebbe ottenuto una riscossa alla Conte di Montecristo. E invece si ritrova come quel personaggio dell’Orlando innamorato, che «del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto». Sì, perché se l’implacabile legge della politica fa coincidere l’epilogo di una stagione con l’isolamento del suo protagonista, allora per D’Alema possiamo dire che ci siamo. A dimostrarlo ci sono le critiche ricevute da coloro i quali, in tempi più o meno remoti, erano «i suoi». E che ora sembrano averlo abbandonato. A cominciare da Claudio Velardi, che D’Alema lo conosce bene, essendo stato punta di diamante del suo staff, sia a Botteghe Oscure che a Palazzo Chigi, dove l’ambizioso Massimo approdò rispettivamente da segretario del Pds nel ’94 e da Presidente del Consiglio nel 1998. «Non razionalizza la sconfitta», dice Velardi del suo ex capo, rispondendo alle domande di Qn. «Non si chiede perché è rimasto solo», prosegue, derubricando la sortita antirenziana ad un fatto che «rientra più nella sfera della psicanalisi che della politica». Quindi, «meglio se si dedica al vino». Nicola Latorre, attualmente Senatore, anche lui protagonista degli anni d’oro del dalemismo tra fine anni ’90 e la prima decade del 2000, più che attaccare il leader di un tempo, incensa premurosamente quello nuovo. Renzi, spiega anche lui a Qn, «è decisivo per ridefinire in profondità il sistema politico». Quanto all’amico di un tempo «D’Alema non disdegna la solitudine in senso politico. Anzi, certe volte l’ha anche cercata». Una lettura intimistica e contemplativa, velatamente malinconica. Sempre sul sentimentale la butta Livia Turco, oggi non più parlamentare ma in primissima linea nella scorsa stagione della sinistra, che la vide più volte ministro. «Io voglio bene a D’Alema – ha detto a La Stampa – e gli direi di non esporsi sempre in prima persona, perché poi dicono che è rancoroso, ma se lo facesse non sarebbe D’Alema...». Insomma, una carezza da lontano. Che, invece, non concedono quei giovani cresciuti al suo fianco e su cui lui aveva puntato per contendere a Renzi il primato all’interno del partito. Gianni Cuperlo, di D’Alema collaboratore per lungo tempo (scrissero insieme un libro a sei mani, le altre due erano proprio di Velardi) e candidato di riferimento contro Renzi alle primarie del 2013. «Dovresti chiederti perché la sinistra ha ceduto negli anni in cui avete avuto il potere» ha detto, rivolto al suo mentore, intervenendo all’assemblea dell’Acquario. «Ci hai invitato a dare battaglia. Se tu e altri lo avreste fatto di più prima, ora forse la montagna da scalare sarebbe meno alta». L’altro golden boy, invece, è Matteo Orfini. Di D’Alema è stato collaboratore e portavoce. Ora, presidente del Pd, appare illuminato sulla via di Firenze, dalla luce del renzismo più ligio. Sulla performance dalemiana ha detto la sua con un tweet: «Toni degni di una rissa da bar. Così si offende la nostra comunità». Insomma, questa fiammata di sano, nostalgico «cattivismo», diretta contro il premier artificialmente simpatico per eccellenza, si è ritorta contro il suo cecchino. E nessuno dei furono «dalemiani di ferro», stavolta, ha fatto il tifo per J.R.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.