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Alemanno: "Non rubo i soldi di An. Ma la Fondazione non è un museo"

Gianni Alemanno non ci sta. E risponde punto su punto a chi lo accusa di usare i soldi di An per sponsorizzare manifestazioni politiche

Alemanno: "Non rubo i soldi di An. Ma la Fondazione non è un museo"

ATREJU 2011 QUARTA GIORNATA

«Ma davvero vogliamo che la Fondazione Alleanza Nazionale resti un museo? Mentre il centrodestra è devastato e Renzi costruisce un regime? Riprendere il discorso interrotto nel 2009 non è una scelta. È un dovere». Gianni Alemanno non ci sta. E risponde punto su punto a chi lo accusa di usare i soldi di An per sponsorizzare manifestazioni politiche.

 

 

Alemanno, è vero che vuole creare un partito coi soldi della Fondazione?

«È una lettura banalizzata. È vero, però, che nell'assemblea degli iscritti di giugno si dovrà decidere se l'ente resterà un museo o diventerà anche uno strumento politico. Io e tanti altri crediamo che, con un centrodestra devastato e Renzi alle porte, è necessario che la Fondazione non si occupi solo di musei».

 

 

Questo si deciderà a giugno. Ma Gasparri vi accusa di finanziare già ora le vostre kermesse.

«Dice due inesattezze. Innanzitutto lo statuto non vieta le iniziative politiche. La Fondazione è intervenuta ad Atreju come a manifestazioni di Gasparri. In secondo luogo, l'iniziativa di domani - "Una destra per la III Repubblica" - non è politica. Non ci saranno partiti ma dieci associazioni, 38 relatori di ogni orientamento, professori, giornalisti. Non ci saranno pronunciamenti politici ma solo confronto e approfondimento. Gasparri vada pure dal prefetto: gli confermerà che non abbiamo violato regole».

 

 

Il senatore azzurro dice anche che, vista la solidarietà ricevuta a margine di Mafia Capitale, lei poteva evitare forzature simili.

«Anche io sono stato solidale quando sono stati indagati Gasparri e Matteoli. Perché sappiamo che spesso le indagini coinvolgono innocenti. Che c'entra la Fondazione?».

 

 

I «risparmi» della Fondazione derivano dai rimborsi elettorali. Non sarebbe meglio restituirli allo Stato?

«Allo scioglimento di An fu creata la Fondazione perché costituisse un'opportunità in caso di fallimento del partito unico. Nessuno può negare che il Pdl non esiste più. Quei soldi sono il frutto dei risparmi di una comunità politica che può e deve avere un futuro. Far nascere un grande contenitore di destra serve a tutto il centrodestra e chi è contro dovrebbe spiegare da che parte sta. Detto ciò, non decideremo né io né Gasparri, ma gli iscritti. Se mi daranno torto, mi adeguerò».

 

 

Quando An fu sciolta contava decine di migliaia di iscritti. La Fondazione ne ha un migliaio. Non sono pochi per riallacciare il discorso interrotto nel 2009?

«Certo. Ma i 1.200 iscritti decideranno solo se far partire il percorso. Poi per decidere forme e modi dovremo aprire le porte a tutti per fare un'assemblea più ampia possibile».

 

 

L'impegno politico non fu già intrapreso con la cessione del simbolo di An a Fratelli d'Italia?

«Fratelli d'Italia è l'unica forza che si richiama ad An rappresentata in Parlamento ed è un interlocutore fondamentale di questo confronto. Ma la cessione del simbolo era temporanea, lo sapevano tutti, e anche il partito della Meloni si sta interrogando su come evolvere dopo le Regionali. Dobbiamo porci il problema di come aggregare molta più gente. An è arrivata anche al 15%. Quei voti sono finiti nell'astensionismo o nel M5S, ma ora vanno recuperati. O preferiamo che sia Salvini a rappresentare l'identità della destra? Per me è inaccettabile. Lo stimo, è un potenziale alleato ma non morirò leghista».

 

 

Si aspettava che il simbolo di An incidesse così poco nel risultato elettorale di FdI?

«Speravo in un consenso più ampio, ma vanno considerate le difficoltà economiche e di aggregazione. Per questo è importante il ruolo della Fondazione».

 

 

Esiste ancora una comunità di destra?

«Dobbiamo distinguere tra la destra nazionale e popolare e la sigla An. Forse quest'ultima non è più attraente ma la destra ha ancora un bacino di consenso importante. Ilvo Diamanti ha stimato che il 25% degli italiani sarebbe interessato addirittura a un progetto di tipo lepenista».

 

 

Per Marine Le Pen, però, la destra è un concetto superato.

«Allora parliamo dei quattro valori cardine che presenteremo alla manifestazione di domani: nazione, stato asciutto ma forte, solidarietà comunitaria e valori non negoziabili. Ci sono milioni di italiani che credono in questi valori, come facciamo ad aggregarli?»

 

 

Se non c'è questa aggregazione, voi ex colonnelli non dovreste fare un po' di autocritica?

«Certo. Abbiamo sbagliato ad anteporre le alleanze e la governabilità all'identità. Oggi bisogna ripartire da quel principio. Aggiungo un'ultima cosa: se combatto questa battaglia non è per avere un posto in prima fila. Lì ci saranno i giovani. Ma dobbiamo dar loro un'opportunità».

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