Nel giro di pochi mesi è passato da fiore all’occhiello dei Democratici a «peggior Pd d’Italia», copyright di Matteo Renzi in persona. Il Partito democratico di Roma - ma anche quello del Lazio - è in effetti un magma informe ormai esploso definitivamente, travolto da inchieste giudiziarie pesantissime, immobilismo politico, incapacità di creare una nuova classe dirigente, correntismo incontrollato che ha travolto tutto e tutti. Il silenzio assordante di Matteo Orfini, commissario del Pd Roma e presidente dell’Assemblea Nazionale del Nazareno, sulle dimissioni del capo di gabinetto di Zingaretti, Maurizio Venafro, è paradigmatico di una situazione non gestibile, o, forse, semplicemente non gestita. Il lavoro delle amministrazioni locali certo non aiuta. Alla bouvette del Campidoglio l’atteggiamento di un importante esponente romano Dem è eloquente. La presidente dell’Assemblea Capitolina Baglio provvede alla chiama dei consiglieri: «Battaglia Erica... Battaglia Imma». E il democratico chiosa: «Seeee... Battaglia... Battaglia... Ma quale battaglia! Qua dentro la battaglia è persa! Se sapevo che finiva così non mi candidavo». Tutto parte dalle primarie. Il crollo del Pd di Roma comincia dopo il doppio successo di Ignazio Marino e Nicola Zingaretti, capaci di riconquistare il Comune di Roma e la Regione Lazio strappandoli al centrodestra. Ma proprio l’elezione di Marino alle primarie è il peccato originale dei Dem capitolini. Il sindaco sbaraglia la concorrenza dopo una spietata lotta di potere che vede sconfitti David Sassoli (sostenuto dal dalemiano Marroni, rivale storico di Bettini) e Paolo Gentiloni e vincitori proprio Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti, sponsor del chirurgo. Il canto del cigno di un’impostazione politica da anni in fase calante. Eppure qualcuno l’aveva detto. Marianna Madia, ora ministro, ai tempi delle parlamentarie parlò di guerra fra bande e sistemi mafiosi. Roberto Morassut, deputato veltroniano ed ex assessore, da anni è la voce di un uomo che grida nel deserto contro il correntismo. Il rapporto sul Pd locale di Fabrizio Barca che certifica quelle denunce è una pietra tombale su una classe dirigente nel frattempo travolta dagli eventi. Le divisioni sulla Giunta Marino e le faide post-primarie si sono riversate prima sul congresso regionale, celebrato tra mille polemiche, defezioni, gazebo deserti e affluenza alle primarie ai minimi storici. Il nuovo segretario Fabio Melilli in un contesto politico instabile traballa già prima di insediarsi. Non manca una rissa per l’elezione del presidente dell’Assemblea: contendenti Lorenza Bonaccorsi per i renziani e Liliana Mannocchi per Di Stefano. Un delegato viene portato via in ambulanza. La Bonaccorsi alla fine verrà eletta dopo mesi di trattative e il varo di una segreteria scapestrata, fatta col manuale Cencelli e piena di rottamandi che verrà presto azzerata per l’impossibilità di trovare un quadro unitario su un segretario impossibilitato anche a dimettersi. Le elezioni europee sono un nuovo psicodramma. Melilli non riesce a trovare la quadra per formare la lista del Lazio, le correnti s’azzuffano. Bettini fa pace (e ticket) col rivale di sempre Sassoli, la futura NoiDem - si formerà dopo il voto sul tridente Marroni-Gasbarra-Bonaccorsi - sfida l’ex demiurgo del modello Roma proprio con l’ex presidente della provincia. Il voto diventa praticamente un congresso. Nel frattempo per compilare la lista bisogna far fuori Guido Milana: non ricandidato e ricompensato con un incaricuccio ministeriale. Come tanti altri esponenti Dem sacrificati sull’altare delle correnti. Un nome su tutti Jean Leonard Touadì, capolista non eletto alle regionali e finito alla Farnesina. E alle elezioni per il Consiglio della Città Metropolitana i maggiorenti locali ingaggiano una guerra all’ultimo sangue che non risparmia le altre Province al voto e che vede i segretari locali a fare da spettatori. Il resto è storia recente e si chiama Mafia Capitale. L’emblema del disatro è la conferenza programmatica al Quirino con Pignatone sul palco che fa la ramanzina tre giorni prima della retata. Indagati l’assessore comunale Ozzimo, il consigliere regionale Patanè, il presidente dell’Aula Giulio Cesare Coratti. Citati nelle intercettazioni - pur senza addebiti - decine di esponenti Pd, dai parlamentari ai consiglieri municipali. Il segretario romano Lionello Cosentino si dimette, arriva il commissario Orfini. Ma cambia poco. Gli scandali giudiziari non risparmiano i parlamentari. Indagato Marco Di Stefano per una presunta tangente da 1,8 milioni relativa alle sedi della società regionale LazioService. I senatori Bruno Astorre, Carlo Lucherini, Francesco Scalia, Daniela Valentini, Claudio Moscardelli - insieme con lo stesso Di Stefano, all’ex capogruppo Esterino Montino (oggi sindaco di Fiumicino), l’ex tesoriere Perilli e l’ex capo segretaria di Marino Enzo Foschi - vengono messi nel mirino della Procura di Rieti per l’uso dei fondi del gruppo consiliare alla Pisana durante l’amministrazione Polverini. In giunta comunale nel frattempo arrivano avvisi di garanzia a raffica che colpiscono gli assessori più vicini al sindaco per gli episodi più disparati: Alessandra Cattoi (ha rivelato il vincitore dell’appalto per la gestione del patrimonio a gara in corso), Guido Improta (Metro C), Giovanna Marinelli (inchiesta sul Circolo degli artisti). Indagato anche il vicensindaco Nieri, ma è di Sel. L’ultima ciliegina sono le dimissioni del minisindaco di Ostia Tassone: il territorio e il Municipio sono infiltrati dalla mafia e lui lascia. Nonostante l’insediamento del commissario, il senatore Esposito, e la presenza del magistrato Sabella in giunta comunale. Un corto circuito democratico. In tutti i sensi.
Faide, veleni e indagati Il Pd "peggiore d’Italia"
I Democratici romani da mesi nella bufera. La base allarga le braccia: una battaglia persa
