Politica

Ma tocca a Silvio affrontare l’ex pm

La città del Duomo è la storia del Cav. Berlusconi faccia ritirare Matteo

Milano vuol dire Silvio Berlusconi e per questo il leader di Forza Italia dovrebbe candidarsi a sindaco, nel 2016, contro Antonio Di Pietro - che ieri ha annunciato la sua discesa in campo a Il Tempo - contro quello che sarà il candidato del dopo Pisapia scelto dal centrosinistra e convincendo Matteo Salvini a fare un passo indietro. Perché Milano è l’autobiografia, negli ultimi quarant’anni, del Cavaliere. Lui l’ha replicata, come se fosse un film di Rocky, tirando su Milano 2 quando era imprenditore edile. L’ha accesa, con le televisioni e la nascita di Canale 5, inventando la televisione commerciale-nazionale, la Fininvest (poi Mediaset) ed il Biscione. L’ha fatta giocare, diventando presidente di un Milan che ha vinto molto e che oggi stenta, come il centrodestra. Da Milano poi son partite Mani Pulite, la discesa in campo, le inchieste dei giudici su di lui, la svolta del predellino e pure la statuetta presa in faccia, con quel viso insanguinato e tragico. Anni fa, era il 1996, in un’intervista Berlusconi evidenziò i quattro punti cardine della sua filosofia: «Appartamento a Milano, villa per il weekend, casa al mare e patrimonio in contanti per i figli». Perché lui, a Roma, anche dopo la decisione dell’avventura in politica, si è sempre sentito uno straniero. Poco tempo dopo l’arrivo in Parlamento, ai cronisti che in Transatlantico lo assediavano per coglierne umori e notizie, ripeteva di «non aver mai lavorato così poco». Anche per questo Berlusconi dovrebbe intraprendere il viaggio politico al contrario e combattere la sua nuova battaglia sul terreno che gli è congeniale, per identità, per passato, per affetti e amicizie, Milano appunto. Dovrebbe candidarsi a sindaco per sbaragliare Di Pietro ed il centrosinistra e mettere fine a quella storia che incrocia politica e giustizia cominciata 23 anni fa, con Tangentopoli. Dovrebbe battersi perché in assenza di leadership tra i moderati, una riscossa del centrodestra non ci potrà mai essere se non cimentata da una sfida imprevedibile. Lui è l’highlander di questa parte politica, e quelli che han camminato accanto a lui, i Bossi, i Fini, o son tramontati o sono sconfitti. Scelte politiche sbagliate, nuove generazioni al loro posto, tutto è cambiato rispetto al 1993 ma Berlusconi è ancora in gioco. Lo sia fino in fondo e da Milano provi a rilanciare il centrodestra. La storia di questi anni ha dimostrato che non si trovano successori alla leadership nei laboratori o per investitura, van creati sul campo. Altrimenti non funzionano. In Francia, le ultime elezioni amministrative, han detto che da un voto locale si ricostruiscono leadership e forza politica. Lo ha fatto Sarkozy, col suo Ump, che pure sembrava appannato dopo le inchieste subite da Sarkò negli anni scorsi e dall’avvento della Le Pen. Ed invece è ancora vincente. Certo, vi è tra i due, Berlusconi e Sarkozy, una differenza di anagrafe (oltreché un’antipatia reciproca, per colpa del francese aggiungiamo noi) ma, detto ciò, il Cavaliere oggi pare l’unico in grado di ricostruire una coalizione di centrodestra che sappia unire le forze di Lega, di Forza Italia, Ncd ed altri cespugli di destra, per poi costruire la successione alla propria leadership. Il traghettamento sarebbe dovuto arrivare dalle riforme e dal patto del Nazareno ma è saltato. Quindi, Cavaliere, si candidi a Milano. Perché domani non si dica della sua straordinaria carriera politica, che del centrodestra non è rimasto nulla, magari con il sottofondo di una delle sue canzoni preferite, «Que reste-t-il de notre amour» (cosa resta dei nostri amori), di Charles Trenet: «Que reste-t-il de nos amours / Que reste-t-il de ces beaux jours / Une photo, vieille photo / De ma jeunesse». Sarebbe un finale inadatto alla sua storia. E soprattutto, non è ancora il tempo delle malinconie.

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