Politica

Altro che D’Alema, Landini vale già il 10%

Pietro De Leo Quant’è figo Landini? Abbastanza, a giudicare dal sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera di ieri. Secondo lo studio, la «coalizione sociale» promossa dal...

Quant’è figo Landini? Abbastanza, a giudicare dal sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera di ieri. Secondo lo studio, la «coalizione sociale» promossa dal leader della Fiom, qualora diventasse un partito, riscuoterebbe «molta simpatia» da parte del 10% degli italiani, e «qualche simpatia» da un buon 24%. Pagnoncelli si premura di spiegare che la simpatia non si traduce automaticamente con il voto. E che un partito di sinistra perderebbe attrattiva con in vigore un sistema come l’Italicum, che mortifica le coalizioni premiando i partiti forti. Tuttavia occorre risalire al dato politico, adagiato nell’impostazione che Landini ha dato alla sua idea, intesa come punto di riferimento di quei «corpi intermedi» da sempre orbitanti nella galassia della sinistra, dalle associazioni ai sindacati ai movimenti civici ben marcati dal punto di vista politico (e non, attenzione, partitico). Un universo con cui il Pd ha perduto, da tempo, ogni connessione. Sia sul versante renziano sia, e questo è il lato significativo, su quello della minoranza. Lenianamente avvitata sul «che fare», sulla «formula» da assumere. La sinistra Pd dei Bersani, dei D’Alema e dei Cuperlo dimostra di non aver mai strappato le catene dell’anti. Incapace di compiere un percorso quanto capacissima di mettere nel mirino gli obiettivi. Dalle mitologiche elemosine di Berlusconi a via del Corso (era questo il destino che D’Alema sognava per il leader azzurro), fino ai «colpi ben assestati» alla leadership renziana (invocati sempre da D’Alema sabato). In mezzo, c’è la connaturata difficoltà nel costruire una proposta per il Paese che vada oltre la produzione di più spesa e più tasse, l’ossequio al giustizialismo di magistratura e stampa e la subalternità alla Cgil. Poco. Ed è forse per questo che Cuperlo, non a torto, ha invitato D’Alema a prendere contezza degli errori del passato. Ha osservato: «Se siamo a questo punto è perché c’è stato un deficit di coraggio e ambizione». Che condanna i mancati socialdemocratici di casa nostra all’inseguimento perenne. Prima dell’odiato Cav e ora di Renzi. Ne sono conferma alcune proposte ascoltate sabato. Da un lato, D’Alema che invoca la nascita di «una grande associazione per rinnovare la sinistra, non un partito, ma uno “spazio di partecipazione». Dall’altro Bersani che lancia l’idea una grande convention e chiede che «sia una generazione nuova a guidare la minoranza».Entrambe, suggestioni scolorite, con il flebile eco di Leopolde e rottamazioni. Quando, forse, per «assestare il colpo», l’unica soluzione starebbe nella profezia sibillinamente avanzata da Gianfranco Rotondi, cioè che la sinistra Pd utilizzi contro Renzi il bastone che lui ha usato con loro: l’accordo con Berlusconi. Magari per gettar via l’Italicum dal centrotavola. E allora sì che per D’Alema sarebbe nemesi totale.

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